Liberi di amare. E di pensare

Casanova, Algarotti, Galiani: la risposta italiana alle seduzioni parigine. Dall’alcova alla libreria

Un dizionario popolare del secolo scorso ci aiuta a capire come il senso comune abbia per lungo tempo inteso il termine «libertino». Recita la definizione: «Scostumato. Dissoluto. Persona rotta al vizio». Ma nella cultura europea, dal XVI secolo, compare una corrente di pensiero che si può definire «libertina», in cui si inscrivono filosofi e scrittori che praticano la libertà intellettuale individuale senza paura e rispetto dei dogmi e dei pregiudizi, rivendicando la legittimità assoluta della propria ricerca, sul filo della critica alle istituzioni e dell’eresia. Questo pensiero si esercita sulla natura, su Dio, sulla Chiesa, sulla politica. E naturalmente, con ancora più forza di provocazione, sul sesso e l’amore. Pietro Pomponazzi, Giulio Cesare Vanini, Niccolò Machiavelli, Paolo Sarpi, Giordano Bruno, Tommaso Campanella sono in questo senso «liberi pensatori» e, in senso molto lato, padri fondatori del «libertinismo» italiano, di cui ora possiamo vedere la mappa in una vasta antologia appena uscita da Rizzoli (Libertini italiani, pagg. 911, euro 16,90, a cura di Alberto Beniscelli).
Quando si parla di «libertinismo» viene subito in mente Parigi e la Francia. Perché se è vero che il libertinismo non coincide del tutto con l’Illuminismo, è anche vero che il libertino più emblematico, il Marchese De Sade, è a suo modo il frutto maturo ed estremo di tutto il pensiero settecentesco francese, dal materialismo di La Mettrie sino agli Enciclopedisti. In Italia, tra gli autori che fanno professione di libertinaggio, di gran lunga il più coerente e famoso è Giacomo Casanova, che in francese scrive le sue memorie. In lui s’incarna, assumendo nuove peculiarità, il mito di Don Giovanni, che a partire dalla commedia di Tirso da Molina, attraverso Molière era arrivato nelle mani di un altro libertino italiano, Lorenzo da Ponte, che lo consegnò a sua volta al genio sregolato e massonico di Mozart. Il dongiovannismo, come notò Giovanni Macchia, è «una sorta di machiavellismo portato nell’amore». Ed è sull’amore che gli autori italiani presenti in questa antologia affermano principî che rompono con la tradizione e la morale codificata. Dal barocco Ferrante Pallavicino, autore di una celebre Retorica delle puttane, decapitato dalla ferocia della repressione religiosa, all’illuminista Francesco Algarotti, noto per la sua mondana divulgazione scientifica culminata nel Neutonianismo per le dame, e autore del romanzo Il congresso di Citera, in cui tre dame, una inglese, una francese, una italiana, dibattono sugli usi e i costumi amorosi dei rispettivi popoli, affermando il principio che non è bene ingombrare di difficoltà le pratiche amorose in un secolo in cui persino la scienza ha accettato di divenire semplice e Cartesio e Newton «seggonsi alla toletta filosofando con una marchesa».
Ispirati a una logica libertina appaiono i carteggi di Ferdinando Galiani con Madame d’Epinay e quello di Antonio Conti con Madame de Caylus. L’abate Galiani, famoso per il suo trattato Della moneta, qui si esibisce in pensieri abilmente capziosi come quello in cui contrappone al fanatico l’incredulo, tifando ovviamente per quest’ultimo. L’abate Conti ci lascia ritratti memorabili del carnevale e della quaresima a Venezia, dove vive un popolo che ama quanto altri mai «piacere e devozione». Casanova, nelle sue memorie, oltre che abbandonarsi alla rievocazione di ambienti e avventure, filosofeggia spesso accostando ragione e piacere: soltanto l’uomo può provarlo, perché «prevede, cerca, organizza il piacere, vi riflette dopo averne goduto». Rispondendo da libertino al grande Metastasio, che cantava un piacere di cui non si può render ragione. E quando si proclama «vittima dei sensi», rivendica la consapevolezza con cui ha vissuto nell’errore, cercando sempre «strade traverse». In una pagina straordinaria, Lorenzo da Ponte ci fa vedere le condizioni in cui lavorava al Don Giovanni: «una bottiglietta di tokai a destra, il calamaio nel mezzo, una scatola di tabacco di Siviglia a sinistra. Una bella giovinetta di sedici anni (ch’io avrei voluto non amare che come figlia, ma...)». Un libertinismo edonistico esemplare, in quel «ma» e in quei puntini di sospensione.
Non mancano infine i poemi licenziosi dell’abate Casti (oggi un po’ prevedibili e spogliati della loro trasgressività mondana), e la parola conclusiva è data a Giacomo Leopardi, ai Paralipomeni della Batracomiomachia, dove, attraverso la figura del conte Leccafondi, «filosofo morale e filotopo» che legge 200 giornali, bandisce i libri fuorché i ponderosi romanzi storici, è filo germanico in modo acritico, il poeta satireggia da par suo l’ottimismo e il filantropismo del suo tempo. A sentirsi chiamare «libertino erudito» l’autore dei Canti si indignerebbe. O si divertirebbe. Chi può dirlo?

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