LIBERI DI DELINQUERE

Era stato arrestato o denunciato 20 volte per rapina, spaccio, violenza carnale, furto, rissa. Aveva già sulle spalle non uno ma due decreti di espulsione anche nelle occasioni in cui, nel 2006 e nel 2007, era finito in carcere. Eppure nessuno lo ha accompagnato alla frontiera. L’hanno lasciato qui, libero di compiere la sua ennesima impresa criminale: sodomizzare davanti a tutti un adolescente disabile nei pressi della Stazione Centrale di Milano.
Atroce. Ma la vera tragedia è che quella dell’algerino Yousef Maazi non è l’eccezione, bensì la regola. Come lui, i due albanesi che nel settembre scorso torturarono e massacrarono con una sbarra di ferro una coppia di coniugi nel Trevigiano. Come lui i due marocchini che violentarono e rapinarono due ragazzi napoletani in aprile. Come lui centinaia di altri clandestini dalla riconosciuta vocazione a delinquere, colpiti da espulsione ma colpevolmente lasciati liberi di restare in Italia a picchiare, rapinare, stuprare, uccidere. Talvolta col «timbro» della legge, come quel magrebino che un magistrato di Reggio Emilia ha rimesso in libertà perché l’ordine di espulsione firmato dal questore non era scritto in arabo. Talvolta scivolando tra le pieghe della legge, come il romeno condannato a sette anni per sequestro di persona e violenza carnale e tenuto in galera appena due giorni (giorni!) per motivi tuttora misteriosi. Sempre, comunque, protetti da una cultura ammantata di buonismo, di perdonismo, di finto solidarismo con la quale larga parte della sinistra e una fetta del mondo cattolico hanno inquinato il modo di affrontare la questione immigrazione nel nostro Paese.
Una cultura per la quale essere clandestini, ossia fuorilegge, è un’attenuante, non un’aggravante. Una cultura che ha prodotto sentenze come quella del gennaio 2007, quando a un assassino romeno che aveva tranquillamente assistito «per almeno un’ora» all’agonia della sua vittima senza muovere un muscolo è stata dimezzata la pena (da 30 a 17 anni: tradotto, vuol dire che tra poco ce lo ritroviamo ancora per le strade) perché «viveva in uno stato di arretratezza culturale».
E poi dicono che non ci sono temi che appassionino la gente in questa campagna elettorale.