Liberi i due tecnici dell’Agip rapiti a dicembre in Nigeria

Francesco Arena e Cosma Russo, erano ostaggi dei guerriglieri del Mend. La Farnesina: «Stanno bene»

da Milano

Liberi, la brutta avventura è finita. Francesco Arena e Cosma Russo, i due tecnici italiani dell’Agip sequestrati il sette dicembre in Nigeria, non sono più prigionieri del Movimento per l’emancipazione del delta del Niger. La notizia arriva da un giornalista inglese e viene confermata a tarda notte anche dalla Farnesina. Sono in buone condizioni. «Siamo stati trattati molto bene dai miliziani. Eravamo in una giungla, ci hanno trattato meglio di quanto facessero con se stessi». In una email i ribelli del Mend affermano invece di aver originariamente progettato di tenere gli italiani fino all'uscita dalla scena politica del presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, in vista delle prossime elezioni presidenziali. «Il loro rilascio anticipato è una risposta alle implorazioni che ci arrivano da tre mesi e che non potevano essere ignorate. Ciò non accadrà per i futuri prigionieri che terremo con noi finché il governo della Nigeria si rifiuterà di soddisfare le nostre richieste». Dietro la clemenza c’è una minaccia.
Arena e Russo, che sono stati consegnati dai ribelli al corrispondente del Corriere della Sera Massimo Alberizzi, tornano a casa, dove possono riabbracciare gli altri due colleghi rapiti. Lucio Moro e Luciano Passarin erano stati liberati dopo una trattativa discreta che andava avanti da tempo, condotta in silenzio dall'Impregilo, la ditta per cui lavoravano. Erano finiti nelle mani di una banda dell'etnia okrika, in una zona del delta in cui la presenza della tribù è omogenea e i rapporti di forza, le gerarchie sono ancora abbastanza chiare.
L’avventura di Arena e Cosma è apparsa subito più complicata. Il 14 febbraio avevano scritto una lettera aperta in cui raccontavano la loro situazione. All'usuale mail del portavoce del Mend, che si fa chiamare Jomo Gbomo, erano state allegate le due lettere scannerizzate, scritte in stampatello da Arena e Russo. Agli ostaggi era stato chiesto di raccontare le loro giornate, il modo in cui vengono trattati, i rapporti con i guerriglieri. Francesco Arena sembrava il più stanco. Sottolineava «siamo stressati», si intuiva la sua paura di stare nella foresta «con tutti i pericoli che essa comporta». Diceva con un'espressione colorita che non ne poteva più di sentir parlare i ribelli delle loro rivendicazioni, ma quando descriveva come si lavavano e che cosa bevevano («ci forniscono acqua minerale») non tralasciava di puntualizzare che i militanti «bevono acqua mista a fango».
Cosma Russo era meno avaro di particolari e faceva capire che i ribelli mantenevano contatti con l'Eni: «Una decina di giorni fa la nostra società ci ha inviato pasta italiana, dei pelati, dei biscotti con dei barattoli di marmellata». Un lusso: il cibo è sufficiente, dicevano entrambi, ma sempre la stessa roba, riso, fagioli, tonno e sardine. C’era impazienza, paura e l’incognita di un futuro incerto. Le lettere si chiudevano così: «Aspettiamo il giorno del rilascio». E quel giorno finalmente è arrivato.