Liberi di uccidere tutti sul web. Tranne i giudici

MilanoSono tanti. Sono i killer virtuali che si aggirano in rete. E che si accaniscono con toni selvaggi contro molti personaggi pubblici. Impuniti. Sempre. Anzi, no. Uno di loro, V.B., rischia il processo e va incontro ad una pena esemplare. Pesantissima. Il suo bersaglio? Raimondo Mesiano, il giudice al centro del braccio di ferro Fininvest-De Benedetti. V.B. aveva utilizzato Facebook per colpire una toga e le toghe hanno compiuto il miracolo: quasi in tempo reale gli hanno tolto il sasso di mano. Un sasso su cui erano incise parole terribili: «Dovevano impallinarlo alle ginocchia. Ci vorrebbe qualche giudice gambizzato». Un’inchiesta da manuale. Un’inchiesta che dovrebbe essere replicata e invece resta un unicum.
Quelli che vorrebbero fare fuori un giorno sì e l’altro pure Silvio Berlusconi, e non solo lui, si aggirano per la rete armati di tutto punto. E, guarda la combinazione, invisibili. Introvabili. Inafferrabili. Anche se non si riesce quasi a contarli.
Come ricordava Giampaolo Pansa, attento a questi temi esplosivi, si è scoperto che su Faceboook si era creato un gruppo dal nome fin troppo eloquente: «Uccidiamo Berlusconi». Gli iscritti? Addirittura 12.333. Qualcuno, sia detto en passant, dev’essersi esercitato al tiro partecipando al concorso indetto da una casa editrice abruzzese: «Descrivi la morte di Berlusconi». Un tema evidentemente stimolante che ha generato, per contrappasso, altre aberrazioni. Sempre su Facebook è spuntato un sodalizio intitolato «A morte Marco Travaglio».
In rete si può scovare di tutto e chi fa palestra di killeraggio corre rischi minimi. Anche le frasi più efferate galleggiano ed entrano in circolo, come sangue infetto. Politici, giornalisti, vip: sono tutti nel mirino. E chi lancia avvertimenti sinistri di solito la fa franca. Come avesse il volto protetto da un passamontagna virtuale. Raramente la magistratura riesce a strappare quel passamontagna e a dare un’identità a chi diffonde veleni. Qualche volta però la storia non finisce così. V.B, un giovane che abita a Varese, aveva preso la pessima abitudine di scrivere frasi indegne, sempre dalle parti di Facebook. Per la precisione, l’anno scorso aveva interpretato a modo suo la storia del giudice Raimondo Mesiano, quello della contesa civile fra la Fininvest e il gruppo De Benedetti. Risultato: preso dalla foga «l’opinionista» si era lasciato andare ad un commento ripugnante, sia pure nel recinto della sua bacheca di Facebook: «Ci vorrebbe qualche giudice gambizzato. Invece di seguirlo con una telecamera Mesiano dovevano impallinarlo alle ginocchia». Espressioni incommentabili che fanno a pugni con le regole minime della convivenza civile. Espressioni che però sono un puntino nel fiume in piena delle calunnie, delle volgarità e dei deliri quotidiani.
E invece quel che lascia sbalorditi e ammirati è il seguito: V.B., dopo sole tre ore, rendendosi conto di aver dato una pessima prova di sé, aveva cancellato quell’orrenda battuta. Ma qualcuno era stato più veloce di lui, mettendo in moto una catena della legge straordinariamente reattiva. Poche ore e il misterioso «pirata» del web era già stata identificato, anche se aveva battuto in ritirata.
L’indomani le sue iniziali, V.B., erano già sulla Prealpina, il quotidiano locale, con la notizia di quel che aveva combinato abbandonandosi a quelle parole inquietanti. Insomma, gli angeli custodi della legalità avevano evidentemente scrutato l’orizzonte ed erano riusciti ad individuare le sua voce nel magma trasportato dalla rete.
Qualche settimana dopo a V.B. è arrivato un avviso di garanzia, poi la Procura ha chiesto il suo rinvio a giudizio e il 24 febbraio ci sarà battaglia in udienza preliminare. La giustizia, implacabile, ha presentato il conto, scandendo come un metronomo le diverse fasi dell’assalto. È probabile che V.B. venga processato per minacce, vilipendio della magistratura e istigazione a delinquere. Reati gravi, sulla carta, che si portano dietro pene altrettanto alte. «Il mio avvocato - spiega lui - mi ha detto che forse chiuderemo l’incidente con un patteggiamento. Magari una pena a 8 mesi».
In teoria, il “gambizzatore” rischia anni e anni di carcere. «Ho sbagliato - dice senza tanti giri di parole - ma dopo tre ore ho tolto quella stilettata e mi sono vergognato». Troppo tardi. Gli investigatori l’avevano già individuato. Un caso? Un colpo di fortuna? O più banalmente la dimostrazione che certe inchieste, per quanto logoranti, vale la pena di farle? Sarà vero che mettere il naso dentro i siti, le fabbriche dell’odio, è come cercare l’ago in un pagliaio, ma qualche volta, come insegna questa storia, l’ago salta fuori. È saltato fuori quando di mezzo c’era una toga. Un magistrato. Un giudice finito sulle copertine di tutti i giornali.
Quel giudice è stato protetto da uno Stato muscolare ed efficiente. Raimondo Mesiano, al centro di aspre polemiche per aver condannato la Fininvest seppellendola sotto il peso di un maxirisarcimento, è stato tutelato. Giustamente. Non come Silvio Berlusconi, Marco Travaglio e gli altri personaggi sottoposti ogni giorno ad una lapidazione via web. Una lapidazione che nessun giudice e nessuna inchiesta ha interrotto.