Liberia, Weah sconfitto dalla Lady di ferro

I sostenitori del Pallone d’oro gridano ai brogli ma gli osservatori rilevano solo «irregolarità minori»

Guido Mattioni

Ne ha fatta decisamente di strada, lo spot interpretato da George Clooney per lo spumante Martini. È uscito dal suo patinato salotto bene da mondo ricco, affollato di belle donne, ed è arrivato giù giù fino in Liberia, martoriato angolo dell’Africa occidentale. Perché anche ieri, nelle strade della capitale Monrovia, tra i capannelli di gente in attesa di conoscere il nome del nuovo presidente della Repubblica (la più antica di tutta l’Africa), una versione locale dello slogan delle bollicine piemontesi è stata urlata a ripetizione. E a squarciagola: «No George, no peace». Dove il party è stato sostituito da qualcosa - la pace - di più nobile e meno materiale; e dove il protagonista è un George tutto «nero» al posto di quello «bianco» e brizzolato ad arte.
A urlare al mondo la loro disperata conditio sine qua non, sono stati i sostenitori di George Weah, il trentanovenne ex attaccante del Milan sceso sull’insidioso campo della politica per sfidare la signora Ellen Johnson Sirleaf, 66 anni, già ministro delle Finanze del Paese africano. Gridano il nome di George, i suoi supporter, ma ora lanciano anche e soprattutto accuse di brogli. Gridano perché il risultato delle urne, ieri, quando erano stati scrutinati oltre due terzi delle schede, non sembra volgere affatto a favore del loro beniamino.
L’ex centravanti che aveva infiammato i tifosi del «Diavolo» e fatto illividire quelli di tutte le altre squadre italiane, in primis gli interisti, ha convinto evidentemente di meno i suoi connazionali, nei panni del politico, di quanto non avesse fatto a Milano in pantaloncini e maglia rossonera. I numeri parlano chiaro: sono per ora ferme al 43,6% le schede con il nome dell’ex attaccante, contro il 56,4% di quelle che indicano la loro preferenza per la signora Sirleaf, un’economista laureata ad Harvard che può vantare una lunga esperienza e un’indiscussa reputazione internazionale per il lavoro svolto alle Nazioni Unite e alla Banca Mondiale. La Sirleaf, una «lady di ferro» in versione africana, che molti paragonano infatti per piglio e cipiglio all’ex premier britannico Margareth Thatcher, è al suo secondo tentativo elettorale nella corsa alla poltrona più alta della Liberia. Nel 1997, quand’era ministro delle Finanze sotto la presidenza di Willam Tolbert, aveva sfidato Charles Taylor, ma era stata sconfitta, arrivando seconda. Ora sarà la prima donna presidente di uno Stato africano.
In questa tornata elettorale l’ex ministro, che corre con i colori del Partito dell’Unità, ha incentrato la propria campagna soprattutto sulla promessa di battersi, in caso di vittoria, in favore dell’instaurazione di un governo onesto e trasparente. Caratteristiche che, com’è noto, latitano in quasi tutto il continente africano.
Lo sfidante «Re George», come lo chiamano i sostenitori, oggettivamente svantaggiato dal punto di vista della preparazione, sia politica sia culturale, ha fatto invece leva sulla propria popolarità, che fa indiscutibilmente di lui il cittadino più famoso e popolare della Liberia. E non solo, va detto, per i meriti calcistici raccolti prima in Italia e poi negli Stati Uniti. Già ambasciatore dell’Unicef, l’organizzazione che si occupa in tutto il mondo di assistenza all’infanzia, una volta rientrato dagli Usa nel suo Paese, Weah si è battuto strenuamente a favore della campagna delle Nazioni Unite tendente a disarmare i «bambini soldato» chiamati dal cinismo dei Signori della Guerra a combattere e a morire in troppi angoli bui e insanguinati della Terra .
Qualunque esso sia, il risultato definitivo delle urne sarà disponibile soltanto oggi, o forse addirittura domani, vista la lentezza con cui procedono gli scrutini in questo instabile angolo del Continente Nero dove 3,6 milioni di persone vivono (o sarebbe meglio dire sopravvivono) a un’economia ancora disastrata dagli effetti della guerra civile (250mila morti!) degli anni Novanta, a una disoccupazione e a un analfabetismo endemici, alla cronica carenza di acqua e corrente elettrica.
Di conseguenza, in attesa che anche l’ultima scheda venga scrutinata, a tener banco in Liberia sono per ora tanto le accuse di brogli lanciate da Weah, quanto le relative smentite da parte delle organizzazioni internazionali chiamate a svolgere il ruolo di supervisori super partes e di «notai» della regolarità delle operazioni di voto. Così, all’ex calciatore che già mercoledì aveva denunciato frodi dichiarando che le elezioni erano state «piene di irregolarità» e accusando gli scrutatori vicini alla signora Sirleaf di aver fatto scivolare nelle urne schede sospette, ha risposto ieri David Carroll, portavoce del Centro Carter.
Gli inviati dell’organismo internazionale no profit fondato dall’ex presidente statunitense, non nuovi a missioni di vigilanza elettorale nei Paesi a maggiore rischio democratico, per bocca della Carroll, hanno respinto i sospetti avanzati da Weah. Sì, hanno precisato, sono state rilevate alcune «irregolarità minori», ma «nessuno dei nostri osservatori è stato testimone di problemi gravi». Un giudizio del tutto sovrapponibile a quello espresso anche da Alan Doss, capo della missione Onu in Liberia, che ha definito il voto «pacifico e trasparente». Più politicamente colorito e più «locale», il commento di Jemima Caulcrick, esponente di primo piano del Partito dell’Unità, quello per i cui colori corre la signora Sirleaf. A suo giudizio, quelle dei supporter di Weah sono «tutte bugie».
Un polverone del resto prevedibile, quello che sta animando e lacerando i palazzi del potere della capitale. Un polverone che comunque il presidente della Commissione elettorale nazionale, Frances Johnson Morris, non ha atteso che si depositasse al suolo, sulle strade già impolverate di Monrovia. Morris ha convocato subito una conferenza stampa per rendere noto che le indagini sono state avviate non appena ricevute le denunce di brogli. «Faremo il possibile per sbrigare l’indagine riguardo a tali denunce», ha detto. Speriamo. Quantomeno per l’Africa.