LIBERIAMO IL GOVERNATORE

Liberiamo il soldato Fazio. A questo punto non c'è alternativa. Bisogna tirarlo fuori da quella trappola per topi che è diventato il suo ruolo. Che lì dentro ci sia finito da solo o che ce l'abbiano cacciato altri, e magari pure in modo un po' mascalzone, adesso, poco importa: bisogna costringerlo a giocare finalmente una partita a carte scoperte, senza più silenzi diventati troppo pesanti e conseguenti misteri. In poche settimane è cambiato tutto: il tradizionale riserbo, le formule austere, il rigoroso tacere e il dovere istituzionale, che fino a ieri erano apprezzabili virtù di ogni Governatore, si sono ormai trasformati in una gabbia mortale. Che, per il bene di tutti, sarebbe ora di spalancare. Subito.
Liberiamo il soldato Fazio, allora, e costringiamolo a parlare. Non come in quelle 24 paginette che il 26 agosto hanno riempito il tempo del Comitato per il credito e il risparmio: sfidiamo chiunque a dire che cosa volevano dire davvero, al di là delle formule di rito «siamo stati nelle norme» e «nel rigoroso rispetto dei poteri». Quelle paginette non bastano. Il Governatore, a questo punto deve riconquistare la fiducia che gli italiani, a torto o a ragione, gli hanno revocato. E per fare questo non ha che una strada: deve parlare. Ma parlare davvero: non recitare le orazioni di Santa Leguleia Finanza. Deve raccontare che cos'è successo.
Lo diciamo consapevoli del fatto che nei confronti di Fazio sono state commesse una serie di carognate degne dei tempi d'oro di Tangentopoli. Lo diciamo consapevoli del fatto che il governatore è stato massacrato dai giornali con metodi sbrigativi, «si annunciano avvisi di garanzia», «la Procura avrebbe intenzione di sentire», atti di pura pornografia giudiziaria per arrivare alla condanna senza che sia mai stata formulata nemmeno un'imputazione. E lo diciamo consapevoli del fatto che, come questo giornale ha scritto più volte, suona piuttosto bizzarro che i più feroci accusatori di Fazio siano quelli che lo difendevano ai tempi di Cirio e Parmalat: qual è la sua nuova e così imperdonabile colpa? E davvero è tanto più grave di quella che costò miliardi ai risparmiatori? E allora perché il Governatore doveva restare in sella e adesso non più?
Tutte cose vere, tutte cose sacrosante. Ma abbiamo l'impressione che, arrivati a questo punto, abbiano poca importanza. Come sia nata la rivolta nei suoi confronti, chi l'abbia sobillata, per quali ragioni e con quali basse manovre, sarà tema per future discussioni: nell'immediato, bisogna uscire dall'emergenza. E allora non si può fare a meno di prendere atto che la rivolta, giusta o sbagliata che sia, è partita e non si ferma più, ormai travolge tutto, persino le buone ragioni e trasforma Fazio, ingabbiato dal suo ruolo, in una specie di «pungingball» su cui tutti sono autorizzati a menare fendenti. A questo punto ci sono solo due modi per difendersi. O si fa un passo avanti o se ne fa uno indietro. Cioè: o il Governatore mantiene fede al silenzio istituzionale e si libera dalla scomoda posizione rassegnando le dimissioni. Oppure comincia a parlare. Siccome appare chiaro, da ciò che si respira attorno al fortino assediato di Bankitalia, che egli non ha nessuna intenzione di sacrificare la sua prestigiosa carica sull'altare del riserbo, non resta che la seconda via: allora liberiamo il soldato Fazio. Liberiamolo da ogni obbligo formale, sciogliamogli la lingua, se necessario strappiamogli pure quella grisaglia che lo ingessa: si metta comodo, Governatore e racconti tutto quello che sa. Provi a convincere. Contrattacchi. Spieghi. Se è il caso alzi la voce. Ma parli. Lo so che per un banchiere, di solito, il silenzio è d'oro. Ma per lei, ormai, sta diventando di piombo.