Liberiamo i giudici ostaggio dei giudici

Negli ultimi giorni, il presidente del Consiglio Berlusconi ha ripetutamente precisato come egli tema soltanto i giudici politicizzati, mentre nutre piena fiducia in quelli seri. Cosa ci vuol dire in questo modo Berlusconi? Forse che ci sono due categorie di giudici, alcuni affidabili ed altri meno?

Non è proprio così, ma comunque una distinzione va necessariamente operata per comprendere coma vadano le cose dentro la magistratura italiana. In modo approssimativo, può infatti affermarsi che dei circa 6500 magistrati italiani in servizio, soltanto una piccola parte, forse non più di tre o quattrocento, sia politicamente attiva sul fronte dell’organizzazione delle correnti, dell’Associazione nazionale e del Consiglio superiore della magistratura.

Come operano solitamente costoro sui diversi fronti? Innanzitutto, un aspetto è quello legato alla necessità di convincere i giovani uditori giudiziari appena entrati in carriera ed ancora tirocinanti a far parte di una corrente anziché di un’altra. Si apre insomma la caccia il nuovo magistrato, nella speranza di poter portare a casa il miglior risultato possibile. Subito dopo, si pone il problema della gestione della rappresentanza e del potere all’interno della singola corrente: si tratta di mantenere equilibri già consolidati o di promuoverne di nuovi, soprattutto con riferimento alla elezione dei componenti della Associazione nazionale, dei Consigli giudiziari (che si trovano delocalizzati presso le Corti d’Appello) e del Consiglio superiore.
Questa attività si pone in una cornice dichiaratamente politica, in quanto la contesa che si svolge agli scopi sopra citati ricalca in modo pieno e conforme la contesa che normalmente si svolge fra i partiti allorché su tratti di nominare una commissione o un organo comunque rappresentativo, dotato di precise competenze.

Si studiano così i possibili candidati, si cerca di smussare gli inevitabili veti incrociati, si rassicura l’elettorato (cioè gli altri seimila magistrati), si immaginano alleanze, si patteggiano soluzioni con altri colleghi esponenti di diverse correnti, si mette cioè in opera l’intero armamentario del politico di professione. Non solo. Si stabiliscono anche le equivalenze dei posti a disposizione e che vanno quale appannaggio di una corrente piuttosto che di un’altra.
Così, in questa prospettiva, un posto direttivo di un importante ufficio nazionale (per esempio, Procuratore a Milano o Napoli) assegnato ad un esponente di una determinata corrente, equivale di solito a due semidirettivi di un ufficio di media importanza (due procuratori aggiunti, per esempio, a Cagliari o Messina), che venga assegnato ad altra corrente. Il bilancino ed il manuale Cencelli la fanno in tal modo da padroni, così come accade nei veri giochi politici.

Nel frattempo cosa fanno gli altri seimila magistrati italiani? Destinatari - loro malgrado - dell’attivismo politico dei loro tre o quattrocento colleghi, per un verso lo subiscono (perché non se ne possono facilmente liberare), per altro verso lo temono (perché non amano certo mettersi contro un «potente»), per altro verso ancora se ne infastidiscono (perché vorrebbero tanto esserne liberati per poter lavorare in santa pace).

Sicché, paradossalmente, i primi ad essere ben contenti se i loro colleghi la smettessero una buona volta di scimmiottare i politici di professione, sarebbero proprio loro: i magistrati italiani che, in assoluta maggioranza, desiderano soltanto fare il loro lavoro in serenità e senza intromissioni politiche di alcun tipo. E tuttavia, chiedere questo, soltanto questo, per alcuni oggi suona quasi come una bestemmia, avvezzi come sono ai giochini politici e correntizi, che per costoro rappresentano ciò che l’acqua è per un pesce.

Bisogna allora prenderne atto. Oggi, la battaglia per una seria riforma della amministrazione giudiziaria che tenti di estirpare il cancro della politicizzazione della organizzazione giudiziaria va condotta, oltre che nell’interesse di tutti noi, anche nell'interesse degli stessi magistrati. Da quelli che vorrebbero essere liberati dal giogo della politica (e sono la maggioranza), ma che da soli non ce la fanno.