Libero, così non ci pensiamo più

Salvatore Scarpino

Tanti anni fa, in un altro secolo, in un’altra stagione, Reggio Calabria si contorceva nella sua rivolta, che malediceva il presente (di allora) e il passato. Richiamato dalle scintille dello scontro, Adriano Sofri volò nella città dello Stretto e, davanti ai giornalisti segregati in un albergo enunciò la sua analisi e la sua speranza: era certo che dal Sud sarebbe cominciata la rivoluzione, quella vera, che avrebbe spazzato lo Stato capitalista. L’autore di questa nota era fra i cronisti che raccolsero la profezia. Sofri era brillante e fumantino, magro e nervoso, ma il suo sogno rivoluzionario morì lì. La rivoluzione non scoppiò e dopo qualche ora il sovversivo fu accompagnato, da discreti funzionari di polizia, sul Fokker 27 che a quel tempo collegava la città calabrese agli altri aeroporti.
Ebbene, il rivoluzionario per vocazione allora non riuscì a mettere in crisi lo Stato, che inviò le truppe dell’Aosta per presidiare le linee ferroviarie. Presidente del Consiglio, se non ricordo male, era Emilio Colombo.
Ebbene, quel che non riuscì al giovanotto magro e iperattivo del 1970 è riuscito al detenuto inerme, sofferente e gravemente malato del 2005. È sempre Adriano Sofri, che mette in crisi questo Stato, anzi l’idea di Stato. Il caso Sofri può provocare conflitti istituzionali, mettere sui piatti della bilancia (ma quanti sono: la costituzione, la legge, la consuetudine, le prerogative dell’esecutivo, l’equilibrio dei poteri) ma intanto suscita pensieri molesti.
D’accordo, sono il primo a dire che lo Stato, quello che immaginiamo nei pensamenti su quel che dovrebbe essere e che spesso non è, deve garantire la certezza della pena. Ma soltanto per Sofri? Ogni giorno leggiamo di patteggiamenti moralmente riprovevoli (infami?) che consentono ad assassini protervi di scrivere lettere dal carcere per procurarsi fidanzate da spupazzare a breve scadenza, il tempo prossimo di una semilibertà compiacente.
Il ministro Castelli è persona degna. Si è assunto un grave fardello, tenuto conto dei tempi e dell’aria che tira, ed è uomo da prendere in parola. Qualche giorno fa ha detto che avrebbe riconsiderato il caso Sofri e tutti i cronisti si sono affrettati a scrivere di una sua “apertura”. Pare che questo spiraglio non ci sia, la porta si è chiusa, è stata sbattuta.
Hanno sbagliato i giornalisti ad alimentare una speranza, o sbaglia il ministro a serrare la porticina che aveva dischiuso?
Io non discuto le sentenze che hanno condannato Sofri e i suoi compagni. Come giovane cronista andai, nel giorno dell’uccisione di Luigi Calabresi, in via Cherubini. Non dimentico la sofferenza di quei momenti, non riesco a pensare senza turbamenti all’angoscia e al dolore dei familiari del commissario. In questo specifico caso non sono un revisionista, soltanto mi chiedo: l’Adriano Sofri di ieri, di Reggio Calabria e di Milano, è quello di oggi?
No, non lo è, lo capiscono tutti. Le sentenze lo inchiodano, le sue parole, gli scritti e la sofferenza lo riscattano.
Vogliamo inchiodarlo per sempre? Vogliamo guardare alla sua vicenda per dirci, per consolarci, che questa giustizia nostra è sempre perfetta? Dobbiamo ridimensionare le speranze: in questo caso, la giustizia ha raggiunto umane e ragionevoli certezze, ma questo non l’autorizza a spietatezze che le sue documentate rilassatezze non giustificano.
Adriano Sofri non piace a tanti, la sua libertà non può dipendere dalla campagna mediatica che vorrebbe aiutarlo, ma la sua carcerazione non può dipendere dal fastidio che quella campagna può provocare. Chi scrive, come tanti altri, vorrebbe che fosse liberato. Perché non se ne parli più.