"Libero" e "l'Unità" diventano compagni

La famiglia Angelucci, editrice del quotidiano diretto da Feltri, entra nell'organo dei Ds. La presidente dell'attuale proprietà glissa, in redazione c'è fermento

Roma - A vederla da fuori è una storia fantastica: l’Unità e Libero diventano giornali «compagni», uniti - se non da una comune causa - almeno da una comune proprietà. Giornali «compagni», sotto il controllo della famiglia Angelucci, schiatta di imprenditori della sanità con la passione dell’editoria, che adesso fanno filotto: dopo Libero hanno acquistato il Riformista, e dopo Il Riformista appunto l’Unità. Unico inconveniente, a due giorni dalla data ipotizzata per siglare l’accordo: i giornalisti de l’Unità sono angosciati, sul piede di guerra, e con un pronunciamento orgoglioso chiedono ai nuovi editori di sottoscrivere una «Carta dei valori» (che fissi per entrambi diritti e doveri) e di accettare il controllo di un comitato di «Garanti» costituito da un dirigente storico dei Ds come Alfredo Reichlin, una scrittrice come Clara Sereni e un ex direttore difficilmente imbrigliabile come Furio Colombo.

Ma la storia è una storia fantastica anche perché persino la fusione societaria diviene oggetto di una strategia mediatica, e la notizia viene centellinata al pubblico con lo stesso dosaggio di un farmaco omeopatico, forse per non turbare i quasi cinquantamila lettori di sinistra che ogni giorno - ancora oggi - comprano il giornale fondato da Antonio Gramsci. E allora, quando poco più di un mese fa si era venuta a sapere la prima notizia della trattativa Marialina Marcucci (presidente della Nie, la società che edita il quotidiano del Partito democratico) cautamente smentiva e correggeva; e anche ieri che si è arrivati a un passo dalla formalizzazione dell’accordo ancora la Marcucci smentiva e ridimensionava con un meraviglioso artificio dialettico. Le chiedevano: «La firma dell’accordo sarà mercoledì?». E lei: «Assolutamente no». Le chiedevano ancora: «Quale quota proprietaria sarà comprata dagli Angelucci?». E lei: «Anche questo aspetto è da definire, ma sicuramente una parte e non il 100%». La Marcucci, ovviamente, non spiega se questa parte sarà la maggioranza della proprietà - come indicano tutte le indiscrezioni - oppure una quota minoritaria (ma il fatto che rimanga vaga, lascia propendere per la prima soluzione).

Di sicuro, se si doveva dare un nome allo stato d’animo che si aggirava per i corridoi del giornale erano l’incertezza e il dubbio. In molti casi persino la rabbia per una operazione editoriale che - data la simultanea proprietà di un giornale diretto da Vittorio Feltri - viene definita «contronatura». Anche perché, tutti i redattori hanno capito che l’arrivo degli Angelucci è il prodotto della sconfitta delle altre opzioni (si diceva che Walter Veltroni avesse una predilezione per i Moratti), e che qualunque sia la quota proprietaria saranno comunque loro l’asse portante della nuova struttura proprietaria. Resta ancora aperto, invece, il problema del direttore, e se ci sono ancora margini di trattativa sono proprio su questo. Qualcuno fino a pochi giorni fa dava già per spacciato Antonio Padellaro, che invece dimostrò grandi capacità di sopravvivenza ai tempi della defenestrazione di Furio Colombo.

Mentre proprio su questo punto la Marcucci ha aperto uno spiraglio di non poco conto, intervistata da Affaritaliani.it: «È un direttore a tempo indeterminato, per noi è stato un direttore assolutamente gradito e speriamo che continui a esserlo. La possibile alternativa? A rivelare le intenzioni della nuova proprietà era stato Roberto D’Agostino, con il suo Dagospia, che aveva annunciato l’arrivo di Antonio Polito (già direttore de Il Riformista) oggi senatore del Pd, e possibile direttore politico secondo una formula già collaudata a l’Unità.[TESTO] Ma pochi giorni fa Polito si trincerava dietro un «No comment», e ieri commentava: «Non ne so nulla».[/TESTO] Diceva ancora la Marcucci: «Non credo che ci siano malumori, perché se arriva un nuovo socio è per creare i presupposti per uno sviluppo del giornale... Ma io non ho alcun documento né ufficiale né ufficioso di protesta». Così, il comunicato stilato dal Comitato di redazione era quasi sulfureo: «Dobbiamo supporre - si domandava Ninni Andriolo, uno dei rappresentanti - che la Marcucci non legga né la corrispondenza, né il giornale che edita...».

E poi, sugli Angelucci: «Non è arrivata risposta ai ripetuti allarmi della redazione, preoccupata dalla prospettiva di essere acquisita dagli stessi editori di Libero». E ancora: «È una prospettiva quanto mai inquietante». Insomma, un fuoco di sbarramento superabile, secondo Andriolo, solo a due condizioni: «Ottenere una Carta dei valori e il comitato dei garanti che abbiamo indicato». A vederla da fuori è una storia fantastica: anche perché nemmeno la ratifica dell’accordo metterà la parola fine.