Il libero mercato non può funzionare a singhiozzo

Indici puntati. Vesti stracciate. Moralisti scandalizzati. Quando va bene, sopracciglia inarcate. Ma come? Ci sono la crisi, la quarta settimana a portafoglio vuoto, le aziende che licenziano e la disoccupazione montante e quello lì, per dire «ecco a voi, signore e signori», si mette in saccoccia la bellezza di un milione di euro, due miliardi tondi tondi del «vecchio conio». Ebbene sì, è così! E allora? Io non ci sto, non butterò la croce addosso a Paolo Bonolis, presentatore e direttore artistico dell’incombente Festival di Sanremo. Noi telespettatori vediamo cinque serate (persino troppe) dall’Ariston infiorato, in totale una ventina di ore di televisione su Raiuno, una sfilata di canzoni, una liturgia di ospiti famosi e/o «spiazzanti», come dicono quelli che parlano moderno.
Ma tutto quello che c’è dietro? E davanti? E sopra, e sotto? Quello no, dal divano di casa, pur armati del più avveniristico dei telecomandi, non lo vediamo. La macchina, l’ingranaggio, il dietro le quinte (backstage, per i moderni), l’indotto, il ritorno d’immagine (e anche l’andata), il marchio (ovvero il brand, sempre loro...), tutto questo non lo consideriamo. Per dire: le trasmissioni che vampirizzano il Festival, da Domenica in alle varie vite in diretta, feste italiane, uno mattina e via elencando. E i programmi radiofonici che lo cavalcano per giorni e giorni? E le case discografiche, le vendite dei dischi? E questo solo per stare al rutilante mondo dei media (del gossip e dello showbitz, in modernese).
Ma, tornando con i piedi per terra, sulla terra della crisi e del portafoglio di cui sopra: che giro d’affari mette in moto, a quanta gente dà lavoro il Festival? I cameramen, i fioristi e i fiorai di Sanremo, i violini dell’orchestra, primi e ultimi, i tecnici dei collegamenti telematici, gli elettricisti, i costumisti, i sarti, gli alberghi della Liguria, i tassisti... Non sono posti di lavoro, mercato, produzione anche questi?
Per dire, ancora: trenta secondi di spot all’interno di un break pubblicitario del Festival costano da 150mila a 190mila euro, i break sono cinque, per un totale di una quarantina di spot a serata. Senza contare le telepromozioni e gli sponsor. Vi risparmio la calcolatrice: l’anno scorso, solo nelle cinque serate, senza indotti vari, la Sipra che è la concessionaria della tv di Stato, incassò qualcosa come 18 milioni di euro. Non sarà Fiorello, Bonolis; però è al centro di questo meccanismo infernale, ci mette la faccia, va in diretta davanti a 8-10 milioni di telespettatori e un sinedrio di critici tv pronto a radiografare la consecutio, i balbettii, la battuta venuta male: un bel tribunale, no? Se sbaglia, se fa flop, se sta sotto le attese, si deprezza e addio patria.
Un grande manager che risana un’azienda, un allenatore che vince lo scudetto, quanto prendono? Se non raggiungono risultati soddisfacenti, vanno a casa. Giusto. Un centravanti che non fa gol si siede in panchina, viene declassato a riserva, poi venduto a una squadra di rango inferiore. Giusto. Bonolis rischia un pezzetto di sé e della sua carriera. Anche questo ha un prezzo. O forse siamo a favore del libero mercato, però a singhiozzo?