Libero dopo sei anni di prigionia il più famoso dissidente iraniano

«Il carcere non ha affatto cambiato le mie opinioni». Era stato condannato perché nei suoi articoli aveva accusato il regime di aver eliminato degli oppositori politici

Gian Micalessin

Di lui sono rimasti un barbone grigio e un enorme sorriso appesi a qualche chilo di pelle e ossa. Ma è libero. Vivo. E, soprattutto a casa. Di nuovo al fianco della fedele Moussameh, la moglie che non l’ha mai abbandonato. Moussameh è andata a prenderlo nel cuore della notte quando qualcuno, lassù, dal carcere di Evin, l’ha svegliata per informarla che Akbar Ganji stava per tornare in libertà. Nessuno sa dire se sia la volta buona.
Akbar Ganji, 47anni, finì in carcere nella primavera del 2000 e l’anno successivo venne condannato a sei anni, ma i conteggi dei suoi carcerieri restano sconosciuti. A dar retta a Moussameh il marito non deve tornare dietro le sbarre neppure per un giorno. Per Mahmoud Salarkia, viceprocuratore generale per gli affari carcerari, il più famoso dissidente iraniano non può considerarsi libero. «La sua pena termina il 30 marzo - spiega Salarkia - quello attuale è solo un permesso». Una licenza per la festa dell’equinozio che il 21 marzo segna l’inizio del nuovo anno persiano. In ogni caso Ganji dovrà scontare solo una manciata di giorni. Non male per un uomo che, sette mesi fa, pensava di morire in carcere. Tutto era iniziato con un’altra licenza concessagli, lo scorso maggio, per curare l’asma cronica. Il dissidente, non appena a casa, aveva chiesto il boicottaggio delle elezioni presidenziali e le dimissioni della Suprema Guida Alì Khamenei. Sbattuto di nuovo dietro le sbarre, Ganji iniziò un drammatico sciopero della fame concluso a un passo dalla morte lo scorso agosto.
«Il carcere e le pressioni non hanno cambiato affatto le mie opinioni - ha detto il dissidente iraniano dopo il rilascio -. Il mio arresto è stato ingiusto e rimarrà per sempre un’ingiustizia».
La fonte di tutti i guai di Ganji sono i suoi articoli del 2000. In quegli scritti accusò, senza nominarli direttamente, l’ex presidente Ayatollah Ali Akbar Hashemi Rafsanjani e l’allora ministro dei Servizi di sicurezza Hojjatoleslam Ali Fallahian di aver ordinato, alla fine del 1999, l’uccisione di militanti e intellettuali dell’opposizione. Gli articoli portarono all’arresto di un gruppetto di agenti dei servizi segreti e al suicidio, in carcere, dell’ufficiale accusato di aver organizzato le eliminazioni. Quella denuncia costò a Ganji la fama di traditore. La sua carriera politica iniziata nel 1979 tra le fila del movimento khomeinista l’aveva visto partecipare all’assalto all’ambasciata americana, combattere tra le file dei guardiani della rivoluzione per poi entrare nei servizi segreti incaricati di sorvegliare l’opposizione all’estero. La sua conversione, iniziata nel 1996, venne vista con sospetto fino a quando Ganji non esitò a utilizzare tutte le sue conoscenze e i suoi vecchi contatti per denunciare l’assassinio degli oppositori e accusare i vertici del regime. Il pretesto per arrestarlo fu però la sua partecipazione nel 2000 alla conferenza organizzata dall’opposizione iraniana a Berlino per discutere le riforme e i cambiamenti al regime. Arrestato dopo il rientro in patria e processato per aver invocato drastici cambiamenti al sistema Ganji venne condannato a sei anni nel 2001.
In vista della riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu chiamato lunedì a esaminare la questione nucleare fonti diplomatiche segnalano, intanto, un’iniziativa britannica rivolta a offrire nuovi incentivi economici agli iraniani per convincerli ad abbandonare l’arricchimento dell’uranio. Washington chiede però una presa di posizione determinata ed esemplare ed è tornata a puntare il dito contro Teheran definendo un bluff la proposta di colloqui sull’Irak e denunciando l’appoggio iraniano agli insorti.