Libero di uccidere perché drogato

Si cercano i tre complici tra i giostrai e nei campi nomadi

Marino Smiderle

da Abano Terme (Padova)

C’è chi lo dice in maniera drastica, come Alcide Tonetto, presidente dell’Ascom provinciale di Padova: «Ci vorrebbe la legge del taglione, non è possibile che criminali già arrestati siano liberi di commettere altre rapine, e ammazzare la gente onesta che si guadagna da vivere lavorando onestamente». E chi invece si premura di fare un ragionamento articolato, codici alla mano, come il prefetto di Padova, Giampaolo Padoin: «Credo che la legge, anche se bene applicata, sia un po’ troppo larga: a più riprese abbiamo chiesto la riforma del sistema dei benefici di pena. Ben vengano i percorsi di recupero dei detenuti, ma in primo luogo vanno tutelati i cittadini attraverso la certezza della pena, che va scontata fino in fondo, specie per i soggetti pericolosi».
La sostanza è la stessa e i risultati di una legge che non va purtroppo, pure: Gianfranco Piras, 64 anni, è stato ammazzato mentre lavorava al bancone della sua gioielleria di Abano Terme da un rapinatore, Emanuele Crovi, 32 anni, scarcerato cinque giorni fa per poter seguire un programma di disintossicazione in una comunità terapeutica vicentina.
Ad Abano Terme non si capisce bene se sono più addolorati o arrabbiati. I due sentimenti si mescolano tra i conoscenti di Piras, che il giorno dopo passano davanti alla gioielleria di via Jappelli, in pieno centro. Poliziotti e carabinieri, intanto, stanno battendo i campi nomadi del Padovano e del Veneziano. Hanno ricostruito i dettagli della sanguinosa rapina e, probabilmente, sanno anche i nomi dei tre banditi fuggiti dopo aver abbandonato il complice morente davanti all’ospedale di Piove di Sacco.
La firma è quella della banda del kalashnikov, ma stavolta a rovinare i piani dei giostrai è stata la reazione del gioielliere. Dopo l’ingresso di Crovi nel negozio, pistola alla mano, Piras gli si è avventato contro, bloccandolo. Per liberarsi del gioielliere, il malvivente ha sparato; poi è andato ad aprire la porta e, in quel momento, Piras, pur ferito, ha preso la Beretta e l’ha colpito sotto l’ascella. Gli altri due lo hanno trascinato fuori e hanno raggiunto un altro complice che li aspettava sull’Alfa 33 parcheggiata lì fuori. I cittadini hanno cercato di ostacolarli, lanciando vasi di fiori e ricevendo in cambio una sventagliata di mitra. Poi la fuga, l’incrocio pericoloso con un’auto delle forze dell’ordine ad Albignasego, la tappa forzata a Piove di Sacco per abbandonare Crovi ormai dissanguato (i medici non potranno fare altro che constatare il decesso). E, ieri mattina, il ritrovamento di un’Audi, altra auto usata per la fuga, bruciata per eliminare altre tracce dalle parti di Mira, nel Veneziano.
Le perquisizioni si sono susseguite per tutta la giornata, polizia e carabinieri sanno dove cercare. Qualche mese fa gli agenti del commissario Marco Calì, capo della mobile di Padova, avevano arrestato diversi membri della stessa banda. Non tutti, evidentemente, ma quelli che mancano sono segnati col circoletto rosso e sono braccati dagli inquirenti.
Resta però la rabbia per quella scarcerazione disposta 5 giorni fa dal giudice del tribunale di sorveglianza di Venezia. Ma la «colpa», se così si può dire, non è certo del magistrato, che ha doverosamente applicato l’art. 94 della legge relativa al trattamento dei tossicodipendenti. Crovi doveva scontare una condanna a 22 mesi passata in giudicato e, essendo tossicodipendente, «l’interessato può chiedere in ogni momento di essere affidato in prova al servizio sociale», come recita la legge. La cosa assurda è che Crovi aveva usufruito del servizio in prova anche l’anno scorso, ma era durata poco perché il soggetto si era macchiato di altri reati ed era stato di nuovo arrestato. Non bastava questo per negargli il secondo affidamento? No, perché lo stesso art. 94 dice che «l’affidamento in prova al servizio sociale non può essere disposto, ai sensi del presente articolo, più di due volte». Questa era la seconda volta. E ultima.