Libertà condizionata

A sentirlo parlare, pensoso e mieloso com’è, Romano Prodi è uno dei più strenui difensori della libertà di stampa e d’informazione e chi ha occasione di ascoltarlo quando discetta di questo argomento si convince che sarebbe pronto a sacrificarsi, per la medesima libertà, non una, ma almeno due volte al giorno. E non perde occasione, il Professore, di mostrarsi preoccupato per la censura dietro l’angolo, per il regime che non c’è, per la presunta disparità informativa che incomberebbe e che ne ridurrebbe le possibilità di apparire e di parlare. Insomma, un liberale di ferro e protomartire dei censori in agguato.
Peccato che questa impressione sia fallace, falsa come una leggenda metropolitana. Il Prodi del pianto greco è un personaggio di carta, quello vero è un marpione con una precisa strategia mediatica, che magari in questa fase di confronto politico privilegia emittenti minori, anzi locali, proprio per far la vittima, per atteggiarsi a cenerentolo dell’etere. Ad ogni modo, sembra che i giornalisti intenda sceglierseli sempre e comunque. Questo si deduce dall’incidente siciliano. I comitati di redazione dei telegiornali regionali, che non sono composti da pericolosi arditi del centrodestra, d’intesa con l’Usigrai, che è un sindacato con la guida rigorosamente a sinistra, denunciano l’«insofferenza della politica» nei confronti dei giornalisti che intendono fare con dignità il loro mestiere, mantenendo la schiena dritta. Ma il politico «insofferente» in questo caso è proprio Romano Prodi che sostanzialmente si è rifiutato di rispondere alle domande di un cronista della Rai di Palermo, Dario Miceli, colpevole di aver posto al candidato premier dell’Unione questioni non peregrine, ma evidentemente sgradite, su autonomie e federalismo fiscale. Il collega Miceli ha insistito, come deve fare un cronista, ma Prodi ha ritenuto giusto incaricare la sua scorta di liberarlo dell’incomodo. Il giornalista ha avuto, quindi, nell’ordine, prima le ruvide attenzioni delle guardie del corpo di Prodi, poi la solidarietà dei comitati.
Ma cosa voleva sapere questo collega? Voleva conoscere il pensiero di Prodi su quella norma dello statuto siciliano, voluta dal governatore Cuffaro, che trattiene nella regione le imposte versate dalle aziende che operano nell’isola pur avendo altrove la sede legale. È una questione sulla quale c’è polemica e della quale comunque era doveroso parlare proprio perché ieri il Professore era a Palermo per partecipare alla commemorazione di uno dei padri dell’autonomia siciliana. Legittima la domanda, quindi, e opportuna l’occasione. Ma Romano Prodi, evidentemente, non era dell’umore giusto, o forse non voleva sbilanciarsi su una questione delicata per la quale, probabilmente, nella sua coalizione non c’è concordanza di vedute. In fondo, il programma dell’Unione lo conosce con certezza soltanto il mago Merlino.
Sia come sia, se non si può scongiurare una domanda scabrosa, o se in quel momento non si gradisce l’attenzione di una certa rete (Rai nel caso specifico), si può sempre far allontanare il giornalista sgradito. Per concedersi, subito dopo, alle attenzioni delle emittenti locali. Questa è la logica dei campioni della libertà di stampa, dei piagnoni sempre pronti a lacrimare sul regime che ci schiaccia.
Silvio Berlusconi, è sempre stato accusato – pregiudizialmente, a prescindere – di parlare soltanto con giornalisti accuratamente selezionati, il che non è vero perché il presidente del Consiglio, come tutti constatano ogni giorno, parla con chiunque gli si pari davanti con un microfono. Ebbene, fosse stato il capo del governo a fare il numero di Palermo, a far allontanare un cronista dalla sua scorta, tutte le testate giornalistiche progressiste d’Europa, per non dire delle nostrane, titolerebbero sulla «dittatura italiana». Ma Romano Prodi è un’altra cosa. Lui è per la libertà di stampa, sempre che i giornalisti non rompano.