Ma la libertà di cura non è diritto a morire

Di fronte all’accusa mossami ieri su questo giornale da Filippo Facci di essere tra i colpevoli del fatto che in Italia non c’è ancora una legge per regolare i casi come quello di Eluana Englaro, potrei cavarmela ricordando che, se nella scorsa legislatura non si è arrivati a una legge, la responsabilità va attribuita soltanto alle divisioni nella maggioranza di centrosinistra. Potrei aggiungere che la Commissione Sanità del Senato ha già ripreso a lavorare sul tema, con lo scopo dichiarato di produrre una buona legge in tempi brevi.
Però devo riconoscere che quello che dice Facci è vero: prima della sentenza della Cassazione sul caso Englaro ritenevo che nel nostro Paese una normativa sulle dichiarazioni anticipate di trattamento non fosse necessaria. L’articolo 32 della Costituzione garantisce la libertà di cura, e i cittadini vi ricorrono tranquillamente, senza creare nessuno scalpore, senza finire sulle prime pagine dei quotidiani. Ogni anno un certo numero di pazienti abbandona le terapie prescritte - penso per esempio alla dialisi - anche sapendo che è una scelta che porta alla morte. Nel caso di Piergiorgio Welby, il medico che ha staccato il ventilatore e somministrato l’anestetico, il dottor Riccio, non è stato processato da nessun tribunale, e neppure richiamato dal suo ordine professionale, nonostante la campagna mediatica e politica fosse stata consapevolmente condotta sul filo dell’ambiguità tra libertà di cura ed eutanasia.
Che il testamento biologico non sia la soluzione dei problemi del fine vita lo si è capito anche dalla morte per fame e per sete inflitta a Terry Schiavo, per ordine di un magistrato, in un Paese in cui una legge c’è da tempo. Facci, che è solidamente garantista, dovrebbe temere l’intervento dei giudici nel privato, all’interno di delicati equilibri di relazione, nel momento in cui la fragilità e la sofferenza ci rendono più esposti e inermi. Sono spazi «dolorosamente scoperti»? O sono zone d’ombra in cui le sentenze entrano con un eccesso di spavalderia e sicurezza, magari ricostruendo la volontà presunta di un individuo, per consentirne la morte, sulla base degli «stili di vita», come nella vicenda di Eluana?
In Italia, è stata proprio la sentenza della Cassazione sul caso Englaro a fare da spartiacque. La libertà di cura, nell’interpretazione dei magistrati, è scivolata verso il diritto a morire, mentre il consenso informato, quel foglietto che noi spesso leggiamo e firmiamo senza nemmeno capire bene, rappresenta ormai l’inviolabile frontiera dell’autodeterminazione. La sentenza Englaro però è solo la punta dell’iceberg, costituito, nella sua parte sommersa, da un cumulo di casi giudiziari meno visibili ma risolti nell’identico modo. Sembra ormai che i giudici colgano ogni occasione per ribadire che il consenso è più importante della cura, e il medico non è che un esecutore della volontà del paziente. Anche quando non si tratta di coma o di malattie terminali, ma soltanto di un contenzioso che riguarda una terapia per l’obesità. Come in una recente sentenza penale della Cassazione, in cui, nonostante non c’entri affatto con l’argomento della causa, si ribadisce il diritto del paziente di rifiutare le cure «secondo una totale autonomia di scelta che può comportare il sacrificio del bene stesso della vita e che deve essere sempre rispettata dal sanitario». Insomma, se la ragazzina obesa avesse voluto morire, bisognava lasciarla fare?
Sono d’accordo con Facci: dobbiamo fare una legge, ma dobbiamo farla per arginare interpretazioni arbitrarie della libertà di cura, e per dare ai malati garanzie e tutele.
Eugenia Roccella