Libertà di licenziare significa anche libertà di assumere In Italia articolo 18 e altri privilegi ingessano il sistema

M entre in Europa si discute e l’occupazione declina, negli Usa in dicembre si sono aggiunti 200mila nuovi posti di lavoro: 212mila nel settore privato in più, mentre nella pubblica amministrazione son diminuiti di 12mila. La disoccupazione che era nel novembre allo 8,7% è scesa a dicembre allo 8,5. Gli Usa hanno 314 milioni di abitanti, noi circa 60, ossia un quinto e quindi 200mila lavoratori in più negli Usa, equivalgono a 40mila in più in Italia. Le nostre statistiche sono meno rapide che negli Usa.
Il 5 gennaio abbiamo avuto i dati di novembre in cui la disoccupazione è salita allo 8,6 % contro lo 8,5 dell’ottobre mentre gli occupati sono scesi, appunto di 28 mila unità. Così mentre prima la disoccupazione era maggiore negli Usa che in Italia, la disoccupazione degli Usa è minore, sia pure di poco di quella italiana. Lo 0,1 non è gran che, ma negli Usa c’è più gente disposta a lavorare con i contratti offerti, sulla popolazione totale e quindi a parità di tasso di disoccupazione (come praticamente adesso) i lavoratori occupati negli Usa sono il 42% della popolazione, 132 milioni, in Italia sono solo il 38% della popolazione, 23 milioni (a parte quelli in nero, numerosi anche negli Usa). Negli Usa c’è aria di ripresa, in Europa di recessione. Certo, in Germania la disoccupazione è scesa al 7,1%. Ma si tratta di una eccezione, che si deve in parte al fatto che l’economia tedesca solo ora sta cominciando a subire l’ondata recessiva, ma anche al fatto che il mercato del lavoro tedesco, una volta ingessato come è stato riformato, nell’ultimo decennio e ci sono i contratti di lavoro aziendali e anche quelli individuali in deroga ai contratti nazionali e agli stessi contratti aziendali.
Ma torniamo agli Usa ove il contratto di lavoro è molto diverso che da noi. Non c’è una legislazione federale sui contratti di lavoro, che impedisca di licenziare, come da noi con l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, però esiste a livello federale e a livello degli Stati, una legislazione variegata costituita da leggi denominate statutes, statuti, che impediscono di licenziare nel caso di discriminazioni riguardanti la razza, la religione, le opinioni politiche, il sesso, il colore della pelle, lo stato civile, la maternità, le preferenze sessuali, la cittadinanza. Inoltre c’è la clausola dell’ambiente di lavoro ostile, con l’intimidazione sessuale o altre. A parte queste eccezioni, a cui gli americani tengono molto, ma che costa anche molto far valere in tribunale, dato che i buoni avvocati costano molto, i lavoratori possono essere assunti per un anno, per tre mesi, per cinque anni o a tempo indeterminato, ma sempre con la facoltà di licenziamento «at will», cioè per volontà libera del datore di lavoro. Per altro, se manca una giusta causa il lavoratore licenziato avrà diritto a un risarcimento, per il «tort» ossia il danno (torto in senso economico) che ha subito in aggiunta alla indennità di licenziamento di solito stabilita nel contratto. I sindacati esistono e possono operare anche nelle imprese, nei limiti consentiti dai datori di lavoro, anche per coloro che fanno propaganda politica o religiosa. E non ci sono contratti collettivi di lavoro nazionali validi erga omnes, come da noi, cioè vincolanti. In molti casi, poi i contratti collettivi nazionali mancano del tutto e ci sono contratti collettivi aziendali ma anche questi spesso mancano. Comunque essi non sono vincolanti. Il datore di lavoro è libero di contrattare le paghe e soprattutto i benefit collaterali, che variano da caso a caso, con il solo limite per cui non sono ammessi i trattamenti discriminatori fra lavoratori con caratteristiche e mansioni identiche, cosa però non facile da stabilire. C’è la assicurazione medica nazionale e quella previdenziale pensionistica, ma contano soprattutto le integrazioni aziendali, mediante apposite assicurazioni, a volte gestite dai sindacati aziendali o di categoria. Ne consegue che il sistema è estremamente flessibile. Non c’è l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ci sono gli statutes contro le discriminazioni. Non c’è il contratto collettivo obbligatorio nazionale o aziendale. E a nessuno viene in mente di fare un unico contratto di lavoro nazionale, valido per tutti. Non sto sostenendo che tutto quello che si fa negli Usa in questo ambito è bene. Sto solo osservando che là dove i contratti sono liberi, salvo alcune protezioni essenziali, si trova più lavoro, anche in periodo di crisi e c’è più crescita economica.