«Libertà? No, sarcofago ideologico»

Edmondo Berselli ha scritto un libro contro il movimento «Solo uno sfizio», dice. Ma poi aggiunge: «Qualche guru di quegli anni riesce a indicare un pensiero di allora che sia ancora utilizzabile?»

«Sarcofago ideologico». Arriva alla fine della sua cavalcata nell’Italia del boom la definizione del Sessantotto che, da sola, vale il prezzo del biglietto. Un evento estraneo, una lapide grigia, lo strapotere del collettivo sull’individuo che ha asfaltato il «decennio breve» della felicità, dell’euforia, dell’ottimismo. I Sessanta della rinascita industriale e del centrosinistra, della Vespa e delle maggiorate, di «un tempo di una partita di Serie A» la domenica sera, dei Beatles e dei Rolling Stones, della «600» e di Omar Sivori sono stati l’età dei colori, con le minigonne sbarazzine - più impertinenza che eros - i golf attillati rubati al guardaroba di Marilyn, il twist e le mille bolle blu di Mina, i Nomadi e l’Equipe 84. In una parola, il vento del beat.
Su tutto si è abbassata la cappa della rivoluzione, pretesa obbligata selettiva, quando la liberazione dall’Italia occhiuta dei collegi e del non commettere atti impuri era già ampiamente avviata. Edmondo Berselli avrebbe preferito il «progresso nella continuità». Invece no. «I comunisti», scrive senza mediazioni, «si erano sentiti scavalcati dall’eccitazione, caotica ma genuinamente libertaria e individualistica, degli anni Sessanta e il Sessantotto fornì loro l’opportunità di recuperare la sintonia con la realtà in movimento».
Più che un sasso, è un macigno scaricato nello stagno dell’iconografia dominante: una provocazione da bastian contrario che, dopo aver incrinato, nel precedente lavoro, il mito dei Venerati maestri della cultura più chic, in Adulti con riserva (Mondadori, pagg. 188, euro 16,50) rincara la provocazione per proteggere la sua età dell’innocenza, risalendo la corrente dei luoghi comuni e smontando il più intoccabile dei totem. «Quel sarcofago ideologico ha tumulato il fermento creativo, la fantasia magari un po’ disordinata ma vitale che attraversava quegli anni spensierati». Però niente nostalgie, niente passatismi che si attardano sui bei tempi andati. Berselli è affascinato dall’idea di ricostruire una memoria patrimonio di tutti, non solo degli eletti della sinistra. E se, per farlo, si va controcorrente, pazienza.
In un’intervista a Piero Ottone di qualche anno fa, ricordando l’Italia dei Sessanta, l’ambasciatore Sergio Romano parlava di «un’aria eccitante, di una modernizzazione vicina». Che la realizzasse la destra o la sinistra, poco importava. Contava che il Paese ce la facesse, si emancipasse: con l’Autostrada del Sole e i primi elettrodomestici, l’Ovomaltina, le chitarre Eko e i pantaloni a zampa di elefante. Purtroppo il centrosinistra non c’è riuscito, ma la strada era quella giusta, sostiene Berselli. «Il mio è un libro ideologico, nel senso che parte dalla convinzione del primato della società fatta di individui sulla politica impastata di pensieri collettivi. Ma è anche un libro anti-ideologico, contrario alla rivoluzione come via obbligata per tutti, stabilita dall’autorità indiscussa del cosiddetto movimento. Avevo 17 anni, andavo allo stadio, ascoltavo gli Yardbirds, leggevo Diabolik e Kafka. Non mi avrete, dissi».
Figlio di un operaio cattolico, infanzia trentina e adolescenza emiliana, Berselli rivendica con fierezza il diritto all’individualismo dei ragazzi qualunque («se ci troviamo sul campo di calcio, al tavolo da ping pong o nella redazione di un giornale dobbiamo avere la possibilità di giocarcela alla pari tutti, figli di operai e figli di dentisti») e nel suo viaggio per ricomporre una memoria comune procede per dualismi, contrapponendo Londra, la modernità (le minigonne, Mary Quant, Piccadilly Circus, la musica e «i complessi»), a Parigi, l’ideologia (la Sorbona, vietato vietare, il Quartiere Latino, il Maggio francese). Oppure, paragonando la tavolozza colorata dei primi Sessanta («il prugna confetto, l’azzurro menta, il verde muffa» della Cinquecento e i rossi fiammanti dei pullover delle maggiorate) al grigio della contestazione e dei gruppi di studio, «una cappa plumbea». O allineando il carisma di Celentano capo dei teddy-boy, ras del quartiere, nostro fratello maggiore, con le fabule di Guccini «che un tempo consideravo il Carducci della canzone, versi troppo pesanti per la musica leggera, e ora invece ritengo un maestro».
Sarà, ma Mondo in mi settima non era più prossima al beat della Locomotiva di Guccini? «La pietra dello scandalo di Celentano fu Tre passi avanti (di cui solo quarant’anni dopo si è pentito). Ci sentimmo traditi, un trauma. La locomotiva è di un periodo successivo. Mondo in mi settima va confrontata con Noi non ci saremo e Dio è morto. Quando sentono La locomotiva, nei concerti alzano il pugno anche quelli che ora votano per Forza Italia, perché “lanciata a bomba contro l’ingiustizia” è un pezzo di poetica della rivolta che ha accomunato tutti. E poi Guccini era rivoluzionario sulla scena e socialdemocratico in privato».
Neanche ora il conformismo sinistrese ha conquistato Berselli che ribadisce di non avere giri irrinunciabili. Un libro così si scrive per la malizia di far discutere o perché si cerca un nuovo Pantheon di riferimento? «È un libro scritto per togliermi uno sfizio», gigioneggia. Ma qualcuno obietterà che si è imborghesito, o forse borghese lo è sempre stato? «Sempre stato riformista, gradualista, keynesiano. Prendiamo Blair: la bellezza del riformismo è che, siccome il mondo è naturaliter di destra e l’umanità è generalmente conservatrice, per arrivare al potere e incidere sulla realtà, la sinistra dev’essere terribilmente intelligente e innovativa». Sì, ma il mondo della cultura, soprattutto italiana, è naturaliter di sinistra e da lì si può anche gravitare verso il centro in quella terra di confine tra i due schieramenti per guadagnare quella visivilità che fa anche vendere un bel po’ di copie... «Degli spazi visibili e delle copie vendute non mi frega molto». Piuttosto, il modenese Berselli, mai stato comunista, rivendica obiettivi polemici. «Non è colpa mia se abbiamo avuto una sinistra spompata, che per quarant’anni ha continuato a ripetere le stesse cose. In Germania i comunisti hanno fatto la revisione antimarxista nel ’59, poi hanno governato con la Cdu nella prima Grosse Koalition, e poi con Willy Brandt. In Italia abbiamo dovuto aspettare che crollasse il muro di Berlino, nell’89, per vedere la Bolognina».
Va bene, il ’68 avrà pure cancellato il mondo beat, ma almeno avrà lasciato un’eredità... «Non riesco a vederla». E rincara: «Aggiungiamo il carico pesante. C’è qualcuno dei guru del ’68 che riesce a indicare un’idea, un libro, un pensiero, una costruzione intellettuale emersi allora e utilizzabile ancora oggi?». Chiamalo sfizio.