La libertà di parlare senza pudore

«Lingua madre» era il titolo bello su una copertina lucida, marrone, del libro di scuola. Così parlava Dante, così si esprimevano Petrarca e poi scrittori e poeti in metà di mille. In verità ognuno ha una madre diversa, per fortuna; così la lingua, oltre a battere dove il dente duole (o forse vuole, quel bastardo marcio di un molare), la lingua, dicevo, ha madri, matrigne, parenti, badanti da ogni dove ed è figlia che va via sciolta, seguendo i percorsi più bizzarri e diversi.
Parla come magni, si diceva una volta, quando si mangiava suppergiù tutti alla stessa maniera, di forma e di sostanza, senza decoder per capire gli ingredienti del cibo. Oggi tra fusion, sushi, nouvelle cuisine, cucina del territorio varie ed eventuali, la lingua si è stranamente sciapita, appiattita, finendo per limitarsi all’uso di duecento, trecento vocaboli al massimo, cosa, cioè, come dire, diciamo, assolutamente sì, assolutamente no.
E ogni tanto si ricorre e si rincorre il dialetto, eccola la vera madre della lingua, le voci di infanzia, smarrite o nascoste per pudore, voci di paese ma anche di città, dialetto purtroppo rivisto e scorretto, secondo una mala abitudine che porta non a tradurre dallo stesso in italiano (comunque errato) ma sciaguratamente dall’italiano in dialetto (esempio: chi imita il gergo terrunciello dice, alla voce «soldi», l(e) sòld ma in dialetto esiste l(e) t(e)rrìs; e in lingua milanese, il salumaio el salumèe al posto di el cervelèe o in torinese, arancia, aràns per portugal.
Sono segnali di fumo grigio, intossicato e tossico, ma anche uno strano e sciocco senso di vergogna, quasi che il dialetto possa svelare l’appartenenza a un ceto inferiore (!). Ricordo, al proposito, che in casa Savoia, al tempo dell’ultimo re Vittorio, si parlava piemuntèis, anche strettissimo, una specie di codice interno per non farsi intendere o per vezzo di censo.
Ma la meglio gioventù contemporanea ha una sua koinè tipica, molto volgare e ripetitiva, un gergo che fa ridere assai, nel senso che è ridicolo e non divertente. Il dialetto ha invece immagini forti, pure isse volgari, bestemmie comprese, immagini illuminanti, con origini nelle lingue antiche, nel latino come accade nel barese crà e pstcrà (domani e dopodomani, derivati da cras e post cras), o nel sardo «veni domu mea manducare» come cortesemente mi disse il titolare di uno stazzu, la «stazione», cioè la dimora del padrone (vieni a mangiare a casa mia); o quello splendido flash minaccioso in piemontese «a’t fàsu l’ civil e ’l rustich», ti faccio il civile e il rustico (la parte anteriore e posteriore di un edificio, cascina, villa) insomma ti apro come una cozza. Frasi che non possono essere, non debbono essere tradotte in italiano e che qualche romanziere ha invece saputo far rinascere e adattare in una sorta di gramelot (Fo), questo sì affascinante, da Gadda (freddo) per arrivare a Camilleri (pepato), passando per il maestro Gianni Brera (caldo), inserendo fiori di dialetto nel bosco italiano (agghiacciante figura retorica). In casa si parla, si è parlata da sempre, una lingua diversa, più immediata, di quella ufficiale, da frequentare in pubblico, in ufficio, a scuola, secondo cerimoniale. Spesso i dialoghi tra i genitori, degli stessi con gli amici, avvengono in dialetto verace, i figli ascoltano, comprendono ma raramente si rivolgono con lo stesso gergo, preferendo dimostrarsi addottorati (!) per poi sbagliare consecutio e congiuntivi. Il dialetto è vero e immediato, ha una storia, si porta appresso la tradizione e la conservazione della stessa, gioca con le parole (il romanesco è esemplare) e non inganna se non gli ignoranti, anzi serve a smascherare i furbi, come hanno saputo dimostrare Giovanni e Giacomo, padani duri e puri, nella scenetta del film Tre uomini e una gamba, quando sottopongono a Dracula-Aldo, finto padano, il quiz tranello della cadrèga (sedia) e il siculissimo Aldo crede trattarsi della mela, la cadrègh così come «el bagn» al posto del «cess».
Totale: la lingua madre è sì quella corretta, lineare, a volte musicale ma, come imprecò Gianni Brera «Manzoni non può scrivere una storia lombarda di Renzo e Lucia e poi dire che “l’Agnese si chetò”», traslocando dal lago di Como all’Arno.
Un italiano fiorentineggiante, esangue, di perfezione plastica contro la lingua di tutti i giorni, quella che a Milano può dire «ofellèe fà el tò mestèe» e non certo «pasticciere fa il tuo mestiere». Il dialetto resta un’isola di pochi abitanti e su questa terra è bello naufragare. Liberati dal dire, liberi di dire.