Libertà di stampa, un dossier pieno di buchi

Per l’organizzazione internazionale una perquisizione al «Corsera» pesa sulla nostra situazione

da Milano

Un disastro. Uno pensa di vivere in un Paese civile, tutto sommato libero, in grado di garantire libertà di informazione, sale necessario per ogni democrazia. E invece no. A leggere la classifica stilata da Reporter sans frontières, in Italia la stampa libera arranca. Credibile o no? Per alcuni sarà Bibbia, per altri carta straccia. Di certo, la graduatoria è curiosa. Dice: al primo posto ci sono, a pari merito, Danimarca, Finlandia, Irlanda, Islanda, Norvegia, Paesi Bassi, Svizzera. Poi, arriva la Slovacchia, seguita dalla Repubblica Ceca. Bene la Grecia (18º posto) che scavalca il Regno Unito (24º posto). Cittadini ben informati e tutelati (molto più degli italiani) in Namibia, Cipro, Capo Verde, Bosnia Erzegovina, Mali, Costa Rica. Ecco, noi siamo proprio appena dopo il Costa Rica. Al posto numero 42. Il motivo? Il rapporto di Rsp cita una perquisizione nelle redazioni del Corriere della Sera avvenuta nel maggio scorso in seguito all’inchiesta sull’uso delle armi Beretta in Irak: un segno che la libertà di stampa è costantemente sotto tiro.
Dovremmo proprio preoccuparci. Qualcuno però potrebbe tirare un sospiro di sollievo scorrendo la lista e vedendo chi sta peggio di noi. Qualche esempio: gli Stati Uniti (al 44º posto), Israele (47º), la Russia (addirittura 138ª). Maglia nera alla Corea del Nord, all’Eritrea, al Turkmenistan.
Di noi s’è occupato addirittura l’Onu. Il quale ha un suo esperto in materia, il keniota Ambeyi Ligabo. Il funzionario, in un rapporto del marzo 2005, è stato tranchant: «La concentrazione del controllo dei media nelle mani del presidente del Consiglio ha gravemente colpito la libertà di opinione ed espressione in Italia». E il funzionario cita, tanto per cambiare nelle sue 18 pagine, i casi Santoro, Biagi e Luttazzi. «L’Italia - scrive - ha bisogno un clima di professionismo».