La libertà di stampa? Vale solo per "Repubblica"

«Nella mia vita ho conosciuto tante canaglie che non erano moraliste, ma non ho mai conosciuto un moralista che non fosse una canaglia». Chissà perché di questi giorni torna alla mente l'aforisma col quale Ernest Renan liquidò il tartufismo, il perbenismo ipocrita e sleale, ma è così. Bisogna ammettere che fa una certa impressione tutto questo porre la Questione Morale, con le maiuscole, questo accorrere in difesa di una moglie indispettita per la presenza di una mezza dozzina di ciarpanelle che ronzano attorno al coniuge. E più che mai desta impressione, mista a ilarità, bisogna ammetterlo, il levarsi a difesa della libertà di stampa minacciata dal rifiuto del premier di rispondere a una sfilza di domande su fatti privati, personali, che non si capisce in nome di quale delle infinite libertà a disposizione Repubblica vorrebbe mettere in piazza. Sfilza di domande che impavidamente la senatrice Magistrelli definisce - e da qui l'amenità - «ordinario articolo su notizie politiche ma anche di colore». Che sarebbe come chiamare ciance, innocenti pettegolezzi gli interrogatori di Torquemada. La libertà di stampa! Quando Silvio Sircana, il braccio destro di Romano Prodi, venne colto in ispezione sodomitica-transessuale per i viali di Roma, i paladini della libertà di stampa fecero il diavolo a quattro perché le foto che testimoniavano la randonnade non venissero pubblicate. E quando lo furono, altissimi si levarono i cori delle indignate proteste per l'uso indegno e infamante che si faceva della stampa: libera sì, ma non di infangare un probo cittadino, non di intromettersi nelle sue vicende intime. Questo per Sircana. Per Berlusconi, ma guarda tu, tutto il contrario.
Bontà sua, il vicepresidente dei senatori del Pd, Luigi Zanda, ha ammesso che «le vicende private di Berlusconi non debbono essere utilizzate politicamente». Aggiungendo che «l'opinione pubblica e le forze politiche hanno il dovere di occuparsi della trasparenza delle azioni personali del presidente del Consiglio». Lo facciano, diano pure di Vetril («brillantezza senza confronti»). Ma senza pretendere che l'interessato partecipi al gioco al massacro rispondendo a domande tendenziose, poste non per «fare chiarezza», ma per incastrarlo. E incastrarlo politicamente, perché sai cosa glie ne importa, agli inquisitori, della signora Veronica. Soprattutto, lo facciano senza seguitare a menarla con la libertà di stampa minacciata se l'interessato rifiuta di contribuire alla «strategia mediatica diffamatoria tesa a strumentalizzare vicende esclusivamente private a fini di lotta politica». Parole, queste, di Berlusconi che l'eterna candidata (a tutto) Anna Finocchiaro interpreta come «volontà di abolire il diritto di critica da parte dell'opinione pubblica». E qui, inevitabilmente, l'ilarità torna a far aggio sullo sconcerto.
Noi del Giornale di libertà di stampa ce ne intendiamo. Quando uscimmo, chi si faceva vedere col nostro quotidiano in tasca rischiava una randellata, se gli andava bene. Le maestranze della Same, dove allora si stampava il Giornale, ci piantavano uno sciopero un giorno sì e uno no. Molti edicolanti non lo esponevano o, peggio ancora, dicevano, a chi ne faceva richiesta, di non averlo ricevuto. E mai che uno dei campioni della libertà di stampa ci avesse, come minimo, mostrato solidarietà. Dov'erano gli Zanda, le Finocchiaro, gli Ezio Mauro e tutti i sepolcri imbiancati che ora si fanno venire le convulsioni, parlano di «punto di non ritorno per la democrazia» solo perché le domande della Repubblica rimarranno senza seguito? Son due mesi che noi facciamo domande a Di Pietro senza averne risposta. Qualcuno della Casta lo ha mai accusato di calpestare per questo la libertà di stampa e di mettere la democrazia a rischio. Perché altro che comunicati, ci bombarda di querele, che è il suo modo sincero e democratico per difenderla, la libertà di stampa e di opinione.