La libertà unica via del dialogo

La risposta di Benedetto XVI al tumulto accaduto nei Paesi musulmani in occasione della sua conferenza di Ratisbona ha chiarito che la citazione del Paleologo non è stata una svista ma una scelta. Lo si vede chiaramente nel contenuto del discorso papale nell'incontro del mercoledì. Il riferimento al testo incriminato è avvenuto nel quadro di un pacifico ripercorso del viaggio in Baviera, quasi assaporandone ogni tappa. Appare chiaro che egli ha visto quel viaggio come un nuovo rapporto tra il Papato e la Chiesa in Germania, un conflitto di cui egli è stato protagonista, in tempi diversi, da una parte e dall'altra.
La conferenza di Ratisbona aveva per oggetto il principio che «non religione e violenza, ma religione e ragione vanno insieme». Il testo bizantino era citato perché conteneva il principio, non perché fosse intenzione del Papa assumerne il giudizio sull'Islam. Aveva dunque per oggetto il tema della libertà religiosa, dello statuto politico della religione nella società. Non era quindi quello del Papa un giudizio sull'Islam come se il contenuto dell'islamismo fosse solo la violenza nella religione. Il Papa è ben conscio della grandezza dell'Islam come religione e sa bene che il suo successo non è dovuto soltanto alla forza.
Ma perché il Papa ha scelto una citazione, così pericolosa come quella dell'imperatore? Credo che la chiave giusta dell'interpretazione dell'atto papale sia stata espressa nel commento apparso in Le Monde di Henry Tincq.
Il Papa ha voluto porre fine alla concezione per cui la pace delle religioni sarebbe la pace del mondo. E ha voluto così interrompere la ricerca di un vincolo religioso delle religioni espresso nel tema della pace, che era stata una impostazione del suo predecessore, Giovanni Paolo II.
Questo Papa è conscio che il dialogo tra religioni non può produrre nemmeno quel poco che ha prodotto il dialogo ecumenico tra le varie confessioni cristiane. Quello che è possibile è una evoluzione delle religioni sul piano del loro rapporto con la politica e con la ragione: riconoscere cioè che possano esistere posizioni razionali ma non religiose nella società e che abbiano diritto di farsi valere. Ciò riguarda la Chiesa ma riguarda anche l'Islam.
Il Papa indica quindi l'evoluzione che le religioni debbono avere: quella di sostenere una forma di civiltà in cui si riconosca la libertà come valore e quindi la differenza tra sacro e razionale. Il modo con cui le religioni possono giovare alla pace è quello di garantire la libertà e, in primo luogo, la libertà religiosa. Come si vede, si tratta di ben altro che un atto ostile verso il mondo islamico nella sua totalità: è l'indicazione di uno stato della religione nella società.
Il musulmano può dire che questa concezione è interna al Cristianesimo e che proporre la libertà religiosa alle comunità islamiche è chiedere la conversione civile al Cristianesimo. La libertà religiosa è quindi un principio conflittuale per il mondo islamico tra il Cristianesimo e l'Islam. E per questo il Papa non ha avuto timore di porre il problema in termini conflittuali, rischiando la provocazione di cui era possibile prevedere l'esito. Ha indicato che il tema del dialogo non può essere l'identità delle religioni ma il loro rapporto con la libertà e con la ragione. Benedetto XVI ha dunque chiuso con l'idea di un dialogo religioso delle religioni e lo ha avviato sul terreno politico. Lo ha fatto citando il Concilio Vaticano II che, parlando di rapporti con i musulmani, afferma che i cristiani sono impegnati insieme ai musulmani a «difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà».
Ponendo la libertà della persona come oggetto del dialogo interreligioso, Benedetto XVI ha cambiato il quadro entro cui si situa l'attenzione della Chiesa verso le religioni.
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