LIBERTÀ VIETATA

I casi di ipocrisia nei rapporti con il Dalai Lama non si contano, ma mai un grande Paese si era spinto fino a negare al leader spirituale tibetano, Premio Nobel per la pace, il visto d'ingresso pur di non urtare la suscettibilità cinese. È accaduto ieri in Sudafrica, dove un portavoce del governo, nel confermare un’indiscrezione di stampa dopo un primo, maldestro tentativo di smentita, ha detto papale papale che «la sua presenza non sarebbe nell'interesse del Paese». Ma Pretoria rischia di pagare caro questo atto di sottomissione a Pechino, anche in chiave di campionati mondiali di calcio 2010, che i sudafricani considerano una specie di consacrazione del loro ruolo di principale potenza continentale.
È stato proprio il primo evento preparatorio del torneo - una conferenza di Premi Nobel sulla importanza del calcio come strumento nella lotta contro il razzismo e la xenofobia, in programma a Johannesburg il 27 marzo - a provocare l'incidente. Oltre che ai tre «laureati» sudafricani, i due ex presidenti Nelson Mandela e Frederik DeKlerck e l'arcivescovo Desmond Tutu, il presidente della Federazione calcio Kjetil Sienn ha esteso l'invito anche ad alcuni altri personaggi, tra cui il premiato 2008, il finlandese Ahtisaari e il Dalai Lama, il quale ha dato prontamente la sua disponibilità. «Noi non facciamo politica», ha spiegato e un premio Nobel è un premo Nobel da qualsiasi Paese provenga. Ma, su richiesta della Cina, che proprio in questi giorni è alle prese con l'ennesima rivolta dei monaci tibetani e cerca di mantenere la questione tibetana sotto traccia, il governo ha comunicato al Dalai Lama che era «persona non grata».
La decisione ha provocato l'immediata reazione di Tutu, che ha definito il rifiuto «una vergogna» e ha preannunciato la sua astensione dalla conferenza se non ci sarà un ripensamento, e di DeKlerck, egualmente incline al boicottaggio. Se anche il padre della patria, il novantenne Nelson Mandela, dovesse seguire il loro esempio, il governo potrebbe essere costretto o a cancellare l'evento, o a fare marcia indietro anche a costo di suscitare le furie dei cinesi.
Lo «sgarbo» al Dalai Lama si inquadra in una politica estera sudafricana sempre più asservita a quella della Cina, che ha investito nel Paese 4,6 miliardi di dollari e sta intensificando i rapporti commerciali. Nel Consiglio di sicurezza, in cui siede per due anni in rappresentanza dell'Africa, Pretoria segue puntualmente la linea dettata da Pechino: ha così contribuito a attenuare le sanzioni all'Iran, ha protetto il governo sudanese sotto accusa per le stragi nel Darfur, ha bloccato qualsiasi seria iniziativa dell'Onu per liberare il vicino Zimbabwe dalla tirannia di Mugabe. Alla alleanza con la Cina fa riscontro una deriva di sinistra anche in politica interna, con frequenti toni antioccidentali e uscite «razziste» che contraddicono la politica di riconciliazione praticata da Mandela dopo la fine dell'apartheid. Da quando, lo scorso anno, un golpe interno all'African national congress ha costretto alle dimissioni Thabo Mbeki e aperto la strada della presidenza al populista Jacob Zuma (personaggio molto controverso, tuttora sotto accusa per corruzione e che si vanta di avere ben cinque mogli) il Sudafrica non è più il «Paese del sogno arcobaleno» che gli valse l'ammirazione del mondo intero e - di conseguenza - l'assegnazione dei prossimi campionati mondiali di calcio. Il sistema scricchiola, la stessa Anc si è spaccata, la minoranza bianca è sempre più incline a emigrare, la criminalità continua ad aumentare e ora anche la recessione mondiale sta colpendo duro. Chi, già cinque anni fa, pensava che il Paese non fosse maturo per ospitare la grande kermesse calcistica, vede ulteriormente rafforzati i suoi dubbi.