Libeskind: "L'architettura riparte da Zero"

Intervista con il genio dei grattacieli che ha progettato la ricostruzione del World Trade Center: "Dopo un periodo di stasi l'Italia inizia a rinnovarsi"

Milano - «Come and enjoy!». Per Daniel Libeskind, «archistar» globale da quattro musei e oltre trenta progetti in vari stadi di costruzione, l’architettura è il più grande spettacolo del mondo, al centro del quale c’è l’essere umano: Leonardo docet. Venite e godete degli spazi progettati da questo genio dallo sguardo guizzante, che veste sempre di nero, incanta l’interlocutore con un eloquio che incrocia i tratti dello show business con quelli della profondità rabbinica e conta nella sua project list i due monumenti più importanti degli ultimi due secoli di celebrazioni architettoniche: il Museo Ebraico di Berlino, concluso nel 1999, e il Memory Foundations, il sito che prenderà il posto delle Torri Gemelle a Ground Zero, i cui lavori procedono a pieno ritmo e, ci tiene a dirci Libeskind, «senza discostarsi troppo dal progetto iniziale». Che a suo tempo, inutile dirlo, suscitò un vespaio di polemiche.

Dal Kirghizistan, dove viene concepito alla fine della guerra, a Lodz, dove nasce sulla branda di un posto di blocco sovietico; da Israele, dove si trasferisce a undici anni nei kibbutz, al Bronx, dove arriva nel 1959. E poi Los Angeles, Berlino e Milano, dove è nata una delle sue figlie. Una vita da nomade con un grande punto fermo: la moglie Nina.

Al ritmo con cui progetta e vive, lui stesso fa fatica a starsi dietro: non a caso tre anni fa ha scritto la sua autobiografia (Breaking Ground, Sperling & Kupfer) che lo aiuta a tenere il passo anche con le reazioni che i suoi incarichi suscitano ogni volta: «esoso», «patriota peloso», «macabro» sono solo alcune delle critiche mossegli dai rivali. E con Peter Eisenman non si sono parlati per dieci anni dopo che come primo incarico il già famoso collega gli chiese di spazzare il pavimento. In Italia ha realizzato il 9/11 Memorial a Padova e ha in corso la costruzione della Torre dell’Editoriale Bresciana e del quartiere CityLife di Milano. Di cui in questi giorni presenta una variante da 40 milioni di euro e 18mila metri quadri: il Museo di Arte Contemporanea. Dove ha ben pensato di collocare un enorme thermarium.

Mr. Libeskind, ma come le è venuta l’idea dell’acqua?
«Dai Navigli, è ovvio. E poi la mitologia dell’acqua, il movimento che crea, la sostenibilità del suo uso hanno un’importanza culturale e fisica che non si può trascurare. Un museo deve celebrare l’essere umano nel suo insieme. Quale migliore presenza dell’acqua come fonte di ispirazione per gli artisti e per i visitatori?».

A proposito di ispirazione, il nostro Paese è ancora un punto di riferimento per l'architettura mondiale?
«State uscendo da un momento di stasi. L’interesse per l’architettura si rinnova».

Nel pubblico o nel privato?
«Questa divisione non c’è più. In un’economia globale pubblico e privato devono andare a braccetto per essere competitivi».

E le reazioni degli italiani a ciò che si progetta come le paiono? Lo sa che molti storcono il naso davanti ai grattacieli?
«La vostra storia è piena di architetti e progetti radicali. Dovunque si guardi, dalle case di Terragni ai progetti di Aldo Rossi fino alla Torre Velasca. Ma le città sono entità vive ed è necessario imparare a comunicare ai cittadini che cosa si sta facendo».

Gli architetti non comunicano abbastanza?
«Per un lungo periodo gli architetti hanno parlato solo con se stessi e lanciato edifici sul territorio senza troppe spiegazioni. Ma il pubblico deve essere coinvolto: stiamo attraversando un secondo rinascimento dell’architettura. Un rinascimento globale e sostenibile».

L’architettura è anche politica, quindi?
«La politeia è l’anima della città. L’architetto è coinvolto per forza».

Ma lei oggi accetterebbe un progetto per Pechino?
«Forse perché ho vissuto sotto il comunismo e lo conosco bene, le dico che esiterei. Da un lato, vorrei aiutare lo sviluppo di un popolo. Dall’altro, non credo che riuscirei a realizzare qualcosa in un luogo che manca di trasparenza e rispetto dei diritti umani».

Lei sembra un «archistar» democratico, ma pur sempre un «archistar»: famoso, di tendenza, onnipresente.
«Senta, le dirò che cosa penso di questa storia: se voglio sentire un buon concerto, potendo scelgo come direttore Daniel Barenboim, non uno qualsiasi. Se voglio un buon libro, scelgo Calvino, non un libro anonimo. L’architetto con un “nome” è garanzia di responsabilità sul progetto. La firma significa “I care”».

In senso positivo o negativo?
«Positivo. Io seguo il feedback dei miei progetti anche dopo averli realizzati. E aspetto solo il momento in cui mi chiameranno per ampliarli!».

Sembra che dietro ai suoi progetti ci sia sempre un dettaglio autobiografico: la Statua della Libertà per il Memory Foundations, i cocci di una teiera acquistata in un mercatino per l’Imperial War Museum di Manchester...
«Come potrei rimuovere me stesso? Se non si è parte di ciò che si progetta, non si ottiene nulla. L’architettura non è solo prodotto scientifico o industriale. È intrisa di vissuto».

Allora è vero che dai corsetti che disegnava sua madre nei kibbutz viene la sua idea di architettura come «seconda pelle»?
«Non sono uno psicoanalista, ma in fondo, perché no?».