Libia, assalto al consolato italiano: morti e feriti

Il console Pirrello: hanno tentato di sfondare l’ingresso. Pisanu chiama Gheddafi. Minacciosi sermoni di imam a Nassirya e Herat dove operano i soldati italiani

Roberto Fabbri

Il caso Calderoli (il ministro delle Riforme che ha esibito una maglietta con la riproduzione delle ormai famose vignette danesi su Maometto) comincia a creare seri problemi all’Italia. Ieri pomeriggio a Bengasi - capoluogo della Cirenaica e seconda città della Libia - una sessantina di poliziotti libici, trovatisi in difficoltà, hanno sparato su una folla di un migliaio di persone che si era minacciosamente radunata davanti al consolato italiano: un bilancio ufficiale, emesso in serata dalle autorità libiche, parla di undici morti e decine di feriti. Sono invece illesi, grazie all’intervento dei poliziotti che li hanno trasferiti in un albergo, i cinque funzionari italiani e la moglie del console che si trovavano nell’edificio preso d’assalto.
Nei disordini sono state lanciate pietre, che hanno spaccato diverse finestre al piano terreno, e date alle fiamme quattro auto, tra cui quella del console generale Giovanni Pirrello. I dimostranti scatenati hanno travolto il cordone protettivo della polizia e hanno appiccato il fuoco alle porte d’ingresso e, attraverso una finestra spaccata, ad alcune stanze del consolato. Il tentativo di penetrare all’interno dell’edificio è invece fallito a causa della presenza di grate di ferro.
In serata i manifestanti sono tornati sotto il consolato mentre un centinaio di poliziotti presidiava la nostra sede diplomatica, che tra l’altro è l’unica rappresentanza di un Paese occidentale a Bengasi. A complicare il quadro la presunta emissione da parte dei manifestanti di una dichiarazione che critica duramente la Danimarca ma non fa cenno all’Italia. Tensione altissima, ma stemperata dalla notte: verso mezzanotte i poliziotti libici hanno disperso i manifestanti e la dimostrazione si è conclusa definitivamente.
Il console Pirrello ha parlato nel suo racconto dei fatti di «un pomeriggio spaventoso». «Oggi è venerdì (giorno di festa nei Paesi musulmani, ieri per chi legge, ndr) i nostri uffici erano chiusi, e io ero in residenza, ma quando ho saputo della manifestazione ho deciso di andare in consolato per presidiarlo, mia moglie ha voluto seguirmi e sono venuti anche un cancelliere e altri collaboratori», ha raccontato Pirrello. «Li abbiamo visti arrivare, erano centinaia, forse un migliaio. Gli agenti che presidiavano il consolato hanno lanciato candelotti lacrimogeni, hanno sparato, hanno persino scagliato sassi contro la folla di dimostranti, li hanno caricati come hanno potuto ma sono stati sopraffatti dal numero e per un paio d'ore i manifestanti hanno avuto campo libero».
Dapprima inneggiando ad Allah, poi scandendo slogan contro l'Italia, i manifestanti hanno dato fuoco a quattro automobili nel parcheggio accanto al consolato, tra cui quella del nostro rappresentante diplomatico. Hanno distrutto la garitta, e hanno tentato di sfondare la porta del consolato, «con un ariete o forse una trave», continua il console che ha seguito la devastazione dall'alto del terrazzo, dove ha persino scattato delle foto malgrado i sassi. Non sono riusciti a sfondare il portone, ma vi hanno appiccato il fuoco, e c'è stato anche «un principio di incendio in una stanza d'angolo che è stato subito spento».
«Un pomeriggio spaventoso, abbiamo davvero temuto per la nostra pelle, tra gli spari, quelli che tentavano di entrare», ha aggiunto sconvolta la signora Pirrello ricordando che il 5 febbraio almeno 600 persone avevano partecipato a un cocktail per il vernissage di una mostra di artisti italiani e libici, sotto i portici del consolato, «in perfetta armonia». Ma il clima è cambiato e, ha aggiunto il console: «La protesta nasce dalle vignette, ma non escludo che altri fattori a noi vicini abbiano potuto influire».
Le autorità libiche hanno espresso la loro condanna. «Fatti del genere non costituiscono un comportamento degno del popolo libico». Il ministro dell’Interno, Pisanu, ha telefonato al leader libico Muhammar Gheddafi per «una prima analisi della situazione». L'ambasciatore d'Italia in Libia, Francesco Trupiano, si è messo in contatto con il ministro degli Esteri libico Abdul Rahman Shalgam, il quale gli ha ribadito la ferma condanna del governo libico e gli ha assicurato che le autorità faranno di tutto per proteggere il consolato.
Tempestosi sermoni di imam musulmani contro Calderoli ci sono stati a Nassirya in Irak e a Herat in Afghanistan, dove operano nostri contingenti militari. Tuttavia, gli imam hanno anche citato la condanna espressa dal premier Berlusconi e questo è servito a raffreddare gli animi.