Libia, giallo su Gheddafi: fuggito in Venezuela

Secondo <em>Al Jazeera</em> &quot;il colonnello avrebbe già lasciato il Paese per rifugiarsi in Sudamerica&quot;. Messaggio tv del figlio Saif al-Islam: &quot;C'è un complotto che punta a dividere la Libia in tanti piccoli Stati islamici&quot;. Oltre 300 morti negli scontri di piazza

Nella notte scoppia il giallo sulla fuga del colonnello Muammar Gheddafi: avrebbe lasciato la Libia e si sarebbe rifugiato in Venezuela. A rivelarlo è la tv pan-araba al Jazeera, che ha raccolto la testimonianza del segretario aggiunto dell’Ambasciata libica a Pechino, Husein Sadeq al Misurati. Ma l’indiscrezione, a tarda notte, non aveva ancora conferme ufficiali. Saif al-Islam, il figlio del leader libico, si è rivolto al Paese con un discorso sulla rete di Stato ritrasmesso da vari emittenti: «È in atto un complotto da parte di un movimento separatista allo scopo di dividere la Libia in tanti Stati islamici», ha sostenuto.

Le poche notizie che arrivano in queste ore dalla Libia, in cui da giorni infuriano le proteste contro Gheddafi, sono sempre più tragiche: a Bengasi ieri l’esercito ha usato razzi e granate contro la folla. E la protesta, che è scoppiata nella parte Est del Paese, ha raggiunto i sobborghi di Tripoli, roccaforte del regime a mille chilometri di distanza. I morti negli scontri tra forze di sicurezza e manifestanti sarebbero almeno 300. Il Paese resta chiuso: i mass media internazionali da ore si affidano ai racconti telefonici dei testimoni oculari e ai pochi video amatoriali che filtrano all’estero. Seguendo la lezione dell'ex regime egiziano, il governo ha bloccato internet.

Le voci che raccontano gli eventi in corso descrivono scene da guerriglia urbana e città in cui le autorità e le forze di sicurezza avrebbero in molti casi abbandonato le proprie posizioni. A Bengasi, ieri, l’esercito si è armato di lanciarazzi per disperdere la folla. Gli ospedali chiedono da ore ai cittadini di donare il sangue per aiutare i molti feriti. Il dottor Ayman, un medico di Bengasi, ha passato la notte di sabato all'ospedale Al Galaa. «Ho visto 15 persone uccise da proiettili sparati con grande precisione: colpiti da cecchini», spiega al telefono al Giornale. I testimoni oculari, dice, mi hanno raccontato di aver visto soldati stranieri aprire il fuoco sulla folla. Mohammed, studente di Bengasi, racconta che sabato sono stati i soldati libici a sparare su un corteo funebre.

Città come Bengasi ed El Beida sono un campo di battaglia. «I miei parenti a Bengasi hanno sentito colpi di arma da fuoco fino alle sei del mattino - spiega una giovane libica, bloccata all'estero per via degli eventi -. I miei genitori, che vivono a Tripoli, mi hanno raccontato che nei sobborghi della capitale si comincia a sparare. Lì, però, il dispiegamento di forze del regime è enorme. Appena si creano manifestazioni gli agenti intervengono». Mounir ha appena attraversato il confine. Si trova a Marsa Matruh, nel Nord-ovest dell’Egitto, assieme ad amici, per comprare medicinali da portare negli ospedali libici. Arriva da El Beida: qui sabato la polizia ha cercato di disperdere i manifestanti, senza risultati. Ha chiesto rinforzi e il governo ha mandato il famigerato battaglione Khamis, dal nome di uno dei figli del raìs, che negli anni Novanta represse nel sangue una rivolta islamica. «Quando la polizia ha poi visto la brutalità dei soldati, si è messa dalla parte della popolazione: assieme hanno spinto i militari fuori città».

Le notizie in arrivo dalla Cirenaica sembrano indicare il progressivo cedimento del regime nella regione. Estremisti islamici avrebbero preso ostaggi membri delle forze di sicurezza civili ad El Beida. A Derna un gruppo di militanti avrebbe proclamato la nascita di un emirato islamico, scrive il sito internet Oea, vicino al figlio di Gheddafi. E a Bengasi parte delle truppe inviate dal raìs si sarebbe schierata coi rivoltosi.

I governi stranieri si organizzano per affrontare l'emergenza. Washington ha già richiamato parte dei suoi diplomatici e i britannici che si trovavano in Cirenaica sono stati aiutati dal Foreign Office a raggiungere località più sicure. La Farnesina sconsiglia «tassativamente» qualsiasi viaggio non essenziale in Libia. Il ministro Franco Frattini ha parlato con il segretario di Stato americano Hillary Clinton per metterla al corrente dei tentativi di mediazione. E la Libia senza Gheddafi fa ancora più paura.