Libia, niente pena capitale alle infermiere

L’odissea delle cinque infermiere bulgare e del medico palestinese in «ostaggio» nelle galere libiche dal 1999 ha avuto ieri sera una svolta. È stata infatti commutata in ergastolo la pena capitale inflitta ai sei disgraziati per l’infamante accusa di avere utilizzato 426 bambini libici come cavie umane per il virus Hiv, infettandoli volutamente per studiarne le reazioni. Peccato che non esistesse uno straccio di prova, che le infermiere e il medico avessero sempre dichiarato la loro innocenza e le «confessioni» fossero state estorte sotto tortura.
Ieri le famiglie delle piccole vittime innocenti malate di Aids, 56 delle quali morte, hanno ottenuto circa un milione di dollari ciascuna, 460 in totale, come indennizzo. Dopo aver incassato il «prezzo del sangue» hanno dichiarato di rinunciare alla richiesta di esecuzione della pena capitale nei confronti delle bulgare e del palestinese, come prevede la legge islamica. La decisione è stata subito formalizzata dal Supremo consiglio di giustizia, uno speciale organo libico in parte politico, che ha l’ultima parola su tutte le sentenze. E ieri sera il Consiglio ha commutato la pena capitale in ergastolo. Considerato che Tripoli e Sofia sono legate da un accordo di estradizione fin dagli anni Ottanta, non si esclude che i sei possano lasciare la Libia e scontare la pena in patria.
La giustizia con la G maiuscola ha poco a che fare con questa faccenda, perché oramai è chiaro che Kristiana Vulcheva, Nasya Nenova, Valentina Siropulo, Valya Chervenyashka, Snezhana Dimitrova e il palestinese Ashraf Alhajouj sono stati dei capri espiatori. Prima del loro arrivo all’ospedale di Bengasi c’erano già 200 casi di Hiv. Studiosi famosi, come Luc Montagnier, che per primo individuò il virus, dichiarò dopo la condanna a morte: «La CDrte non ha minimamente preso in considerazione gli argomenti scientifici che dimostravano come il virus arrivò prima delle infermiere bulgare».
Nessuno ha infettato, come diabolici untori, i bambini: in realtà l’intera vicenda sarebbe stata una montatura di Stato. Per coprire le gravi carenze della sanità libica, che avrebbero provocato l’epidemia di Aids, le autorità libiche hanno trovato sei disgraziati da condannare a morte per evitare lo scandalo e la furia popolare. Sei stranieri, che a cominciare dalle infermiere bulgare, avrebbero fatto parte di un oscuro complotto dell’Occidente contro la Libia, Paese musulmano.
Il problema è che otto anni dopo la montatura, il colonnello Muammar Gheddafi vuole rifarsi una verginità agli occhi della comunità internazionale. Per voltare definitivamente pagina sulle sue bagatelle con il terrorismo internazionale rimaneva il nodo delle povere infermiere bulgare. Il loro Paese è da poco entrato nell’Unione Europea, che negli ultimi mesi ha impresso una forte accelerazione alla soluzione del caso. Un ruolo di mediazione importante è stato giocato dalla Fondazione Gheddafi, guidata da Seif el Islam, uno dei figli del colonnello, considerato suo possibile delfino politico.
L’ultimo atto è stato il pagamento di un milione di dollari a ciascuna famiglia delle piccole vittime. Soldi versati ufficialmente dalle autorità libiche, ma il governo bulgaro ha fatto sapere, per bocca del ministro degli Esteri, Ivailo Kalfin, che potrebbe cancellare parte del debito della Libia.