«Liboni non fu giustiziato: sparò lui contro i carabinieri»

Un fotoreporter contesta la ricostruzione della sparatoria in cui morì un appuntato fatta nel film «Il Lupo»: «Quel giorno ero lì»

«Ma quale esecuzione! Fu Luciano Liboni ad aprire il fuoco contro i carabinieri», dice decisamente arrabbiato Claudio Piermarini, fotoreporter-segugio alla vecchia maniera. Il 31 luglio 2004, alle 11,30, lui c’era con la sua inseparabile macchina fotografica. C’era al Circo Massimo a pochi metri dalla baracca del venditore di angurie dove un conflitto a fuoco ha messo fine alla vita di Luciano Liboni, detto il Lupo, che aveva già lasciato dietro di sé una lunga scia di sangue e ammazzato come un cane l’appuntato Giorgioni. Claudio Piermarini, 56 anni, immortalò la sequenza, pubblicata su Panorama, degli ultimi istanti di Liboni.
Ora però con il film «Il Lupo», ispirato alle gesta di Luciano Liboni, il regista e autore, Stefano Calcagna, con una «licenza poetica» ha cambiato finale. Nel film si vede un improbabile padre del povero appuntato Giorgioni, un colonnello dell’Arma che si trova davanti al bandito. Liboni avverte: «Sono disarmato». E il colonnello, dopo avergli infilato una pistola nello zaino, gli ghigna. «Noi non spariamo mai alle persone disarmate». Il Lupo fugge, poi il colpo alla nuca.
Ieri la pellicola è stata presentata in anteprima ai detenuti di Regina Coeli. Dal 23 marzo sarà in tutte le sale. E Claudio Piermarini non ci sta: «Ho letto le interviste al regista e all’attore che impersona Liboni».
Quindi?
«Mi hanno dato fastidio».
Lei quando arrivò al Circo Massimo?
«Giravo in zona perché dovevo fare un servizio. C’era una pattuglia della municipale che veniva avanti piano piano per la strada in discesa che va verso la Fao. Davanti al Palazzo della Fao stavano arrivando due carabinieri in moto. Prima del semaforo vedo Liboni che veniva avanti verso il cocomeraio. Si gira, aveva una pistola in mano e spara all’indirizzo dei carabinieri. Tre-quattro colpi. Un carabiniere cade. Io mi chiudo dentro la macchina. Volevo andare ad aiutare il militare ferito. L’altro era sparito».
E Liboni?
«C’era una famiglia di turisti francesi. Ha afferrato la donna, con un braccio la stringeva al collo, con l’altra mano le puntava la pistola alla tempia. Una scena che non dimenticherò mai. Quella poveretta urlava, era terrorizzata. Gridavano anche le figlie».
E poi?
«L’ha trascinata dentro il chiosco. Poi si è sentito un colpo. Sparato dall’altro carabiniere che evidentemente aveva aggirato la baracca».
Una vendetta dei carabinieri?
«Ma quale vendetta. Non potevano fare altro. Dovevano salvare quella donna, o no? Ci sono le foto, sono state pubblicate. Ci stavo pure io lì, non c’erano solo i vigili e i carabinieri».
L’attore protagonista, Massimo Bonetti, è riuscito a dichiarare: «Liboni è stato giustiziato... Questo film vuole essere un messaggio contro la pena di morte». Forse avrebbe fatto meglio a consultarsi con Claudio Piermarini, professione fotoreporter.
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