In libreria Tutti quei filosofi a caccia della gioia fai da te

La felicità è per i filosofi quello che la pietra filosofale era per gli alchimisti. Tutti la cercano, tutti vogliono metterle il sale sulla coda, e nessuno ci riesce. Solo che il dibattito è molto più interessante di qualsiasi esperimento tentato da un mistagogo d’accatto per trasformare il piombo in oro. Perché? Semplicemente perché tutti vorremmo essere felici anche se, magari, non sappiamo esattamente che cosa sia la felicità. Ecco allora che gli scaffali delle librerie si riempiono di saggi sul tema. Andando in ordine di tempo, è inevitabile far menzione dell’ultimo lavoro di Zygmunt Bauman, il geniaccio che ha coniato la teoria della «modernità liquida». Si intitola: L’arte della vita (Laterza, pagg. 180, euro 15) e parte dalla proposizione spiazzante secondo cui è l’idea stessa di essere felici - attraverso le cose - che genera l’infelicità del presente. Insomma, racconta di come fosse più facile essere contenti di se stessi quando si era più poveri ma più certi della propria identità, senza che questa dipendesse dai prodotti. Quando si era meno padroni di beni, ma più padroni del proprio tempo: «Quando i risultati che una volta si ottenevano grazie all’ingegnosità, alla dedizione e ad abilità faticosamente apprese vengono “appaltati” a un congegno che richiede solamente di strisciare la carta di credito e di premere un pulsante... svanisce la felicità data dal rispetto di sé». E del complesso rapporto tra felicità e desiderio si occupa anche Luisa Muraro in Al mercato della felicità (Mondadori, pagg. 172, euro 17,50), anche se con un taglio più attento alla dimensione del politico. E nell’ambito del politico il desiderio, se non diventa subito «cosa», materia è molto più proficuo dello shopping compulsivo. C’è poi chi decide di fare il bastian contrario: il malinconico a tutti i costi. È il caso dell’americano Eric G. Wilson che ha dato alle stampe un breve saggio intitolato Contro la felicità. Un elogio della malinconia (Guanda, pagg. 160, euro 15). Partendo dal panorama Usa dove la felicità è un obbligo con basi costituzionali, parte lancia in resta facendo il paladino di madama melanconia. In maniera provocatoria, attingendo a numerosi esempi tratti dall’arte e dalla letteratura, mette in luce i nessi tra conoscenza e infelicità. E gli esempi si sprecano. Da William Blake a Herman Melville, da John Keats a Ludwig van Beethoven, passando per Goya e van Gogh. Però a tanta infelice saggezza si può anche rispondere: «Meglio un giorno di felicità che cent’anni da genio». E così il dibattito ricomincia.