Libri premiati con zampino di Tolstoj

Caro Granzotto, mi rivolgo a lei per un quesito di natura letterario-legale. Se uno scrittore, tale AC, nell’estendere un racconto utilizza un fatto di cronaca nera di circa 60 anni fa - peraltro oggetto di una riesumazione storica di circa 30 anni dopo, fatta (bene) da un altro scrittore, tale AV - commette qualcosa di assimilabile al plagio, anche se AC in postfazione recita: «Nomi e situazioni sono da me inventati bla, bla, bla»? Vengo alla fattispecie: nel libro di Andrea Cammilleri «La paura di Montalbano», edizioni Mondadori, 2002, vi è un racconto dal titolo «Meglio lo scuro» che, grazie alla mia buona memoria mi è sovvenuto essere una versione romanzata - con intervento a posteriori dell’immarcescibile commissario Montalbano - del caso Vassallo/Raimondi del 1948, avvenuto in quel di Caltanissetta (moglie avvelena il marito) e che ebbe un lungo iter giudiziario finito nel 1958. Questo episodio fa parte di una ampia raccolta di casi giudiziari della prima decade del secolo scorso curata da Antonio Vellani nel volume «Le pietre dello scandalo» Ediz. Mondadori 1975. Personalmente ritengo non si tratti di un plagio, bensì di un mezzuccio per fare cassetta. Le chiedo comunque un giudizio morale.

Quand’ero studente si diceva: se copi una frase, è plagio. Se scopiazzi intere pagine è ricerca. Chi copia, insomma, ha sempre la scusa buona. Eppure carta canta: plagio, in italiano, significa illecita appropriazione e divulgazione sotto proprio nome di un’opera o parte di un’opera che è frutto dell’ingegno altrui. Ergo, chi plagia, chi copia, non ha ingegno. Al romanziere, nella fattispecie, gli si è seccata, se mai l’ha avuta, l’inventiva. Scrivere un racconto rispolverando un caso giudiziario, oltre tutto già rispolverato da altro autore, forse non è plagio, ha ragione lei. Ma allora cos’è? Sarà mica ricerca? Dicono che Camilleri sia un poderoso giallista. Non lo metto in dubbio (a differenza di lei, caro Panzera, io non ne ho mai letto un rigo. Uno sprovveduto mi fece omaggio, qualche tempo fa, di «La pensione Eva». Ci centrai in pieno la pattumiera), ma non m’era mai capitato di sentire che un poderoso giallista avesse bisogno di ispirarsi a fatti di cronaca nera riportati e sviscerati in un libro. Non Agatha Christie, quanto meno, non Conan Doyle, Rex Stout o Ellery Queen. La cui poderosità risiedeva nel talento, nell’ingegno, non nella ricerca.
Plagio bello e buono mi par invece essere quello - svelato di recente da Claudia Carmina, una ricercatrice dell’Università di Palermo - commesso da Melania Mazzucco. Intere pagine di Guerra e Pace trasferite, col copia e incolla, in quelle di Vita, romanzo col quale la plagiatrice si buscò anche un Premio Strega. E qui una domanda si pone: dando per scontato che i quattrocento giurati dello Strega rappresentino la punta di diamante della nostrana force de frappe culturale e che quindi Tolstoj lo conoscano a menadito, possibile che a nessuno di loro sia venuto un dubbio? O vuoi vedere che votano ciò che non leggono? O vuoi vedere che non hanno mai letto Tolstoj? Comunque sia, colti con le mani nel barattolo della marmellata i plagiatori si difendono tutti alla stessa maniera. Melania Mazzucco come Rosa Giannetta Alberoni (una speciale predilezione per Via col Vento di Margaret Mitchell) o come Enzo Siciliano (idem per Mister Norris se ne va di Christopher Isherwood): «Non è stata un’operazione consapevole». Così se la cava Mazzucco precisando che, virgolette: «Avevo letto con grande passione tutto Tolstoj a 14 anni. In Vita, però, è tornato da solo». Da solo, ma guarda tu che scherzi ti tira Tolstoj. Letto poco dopo l’età della dentizione le si appiccica alla memoria, parola per parola, virgola per virgola, neanche avesse usato Saratoga-il-silicone-sigillante e poi, zacchete, tutt’un tratto - ma non un tratto a caso, esattamente mentre era lì che scriveva Vita - gli ritorna, parola per parola, virgola per virgola, sulla penna. Da solo. Da non crederci, eh, caro Panzera?
Paolo Granzotto