Libri vecchi per l'anno nuovo/8: «Il prete bello»

«Il prete bello», Goffredo Parise, Garzanti. Uno spaccato della provincia italiana nel Ventennio attraverso il caravanserraglio dei personaggi più disparati. Il sacerdote piacione e fascista, il commendatore meridionale, la bella del paese nel Veneto della genuinità e dell'ipocrisia

La provincia italiana del Ventennio, così simile a quella moderna nelle sue maldicenze e nelle sue ipocrisie, vive il suo carnevale in questo romanzo scritto da Goffredo Parise nel 1954. Uno spaccato di Italia che racconta il Paese meglio di qualunque manuale di storia contemporanea, in un caravanserraglio di personaggi splendenti di luce propria. Sole di questa galassia è Don Gastone, il prete bello ed edonista del paesotto del Vicentino che fa da sfondo alla vicenda. Sacerdote un po' gagà con simpatie fasciste, gioca con il suo fascino che esercita sapientemente sulle signore locali. Attorno a lui il cavalier Esposito, la signorina Immacolata, la bella Fedora e i due ragazzacci Cena e Sergio, il narratore. Popolare nel tema così come nel linguaggio dei personaggi, «Il prete bello» è il Campari la domenica mattina dopo la messa, la bicicletta appoggiata alla saracinesca del lattaio, il rito del giornale. È la quotidianità in tutto l'arco cromatico che va dalla spensieratezza dell'adolescenza all'angoscia del regime, dal cattolicesimo imperante alla sete di evoluzione sociale. Un libro «sociale» senza il pantano della denuncia, basato sulla semplice ironia dello scrittore, così efficace perché lieve, colorata e sempre varia. Un affresco low profile di un'Italia andata, ma genuina anche nel suo lato meno sincero.
Polifonico