Il LIBRO La festa è finita, andate in pace

Ho letto La festa è finita nei giorni successivi alla polemica sul discorso che Benedetto XVI ha tenuto all’Università di Ratisbona, a proposito di Maometto e della guerra santa. E nel libro di Peter Hahne ho trovato la risposta a una domanda che mi sono fatto sin dai primi attacchi al Papa. Perché l’Europa tace? Perché non difende il Papa? Semplice: perché è pavida. Lo scrittore tedesco da tempo denuncia l’ambiguo concetto di tolleranza che ha indotto l’Europa – e la Germania in primis – a celare la propria cultura e la propria religione. Intellettuali, giornalisti e politici del vecchio continente – quasi fossero stati colti da un curioso complesso di sudditanza, se non addirittura di viltà – fanno a gara nel rinnegare le proprie radici, dichiarandosi disponibili ad accogliere nuovi credo e mimetizzando i propri punti di vista per evitare di offendere gli interlocutori.
Invece di mostrarsi orgogliosa della grande forza costituita dal Cristianesimo e dalle sue tradizioni, un’intera generazione di pensatori ha sostituito Dio con il totem del dialogo, divenuto un idolo da venerare, senza rendersi conto che dietro questa parola, dialogo, dissimula un mare d’incertezze, la disponibilità al compromesso a qualunque costo, la rinuncia alla difesa delle proprie ragioni.
Il fenomeno non ha lasciato indenne neppure la Chiesa, che per anni ha inseguito il sogno del confronto interreligioso. Invece di sostenere la forza della propria confessione, spesso gli stessi cattolici hanno preferito piegarsi di fronte alle diverse dottrine, celebrando l’Islam come religione della pace e dell’amore, perdendo di vista l’identità cristiana. Lo si è visto proprio nel caso di Ratisbona, con Ratzinger costretto a scusarsi e addirittura a correggere il suo discorso – cosa mai avvenuta a un Papa -, annacquando il significato di una citazione storica sulla guerra santa e su Maometto.
Qualcuno, a questo punto, potrebbe pensare che le tesi di Hahne riguardino i seguaci di Santa Romana Chiesa, ma così non è. Quella dello scrittore tedesco non è una predica ai cattivi cristiani che hanno perso la fede, ma una requisitoria contro l’Occidente che ha perso la testa. O meglio: il processo a una società che ha smarrito la ragione, l’essenza di ciò che fa. Hahne è convinto che dal ’68 in poi la Germania – così come gran parte dell’Europa – abbia barattato i propri valori, le proprie convinzioni con quella che lui chiama la società del divertimento, un sistema in cui tutti devono essere felici, dove l’abbondanza è garantita, dove i doveri non esistono e si ha solo la responsabilità quotidiana di vivere in allegria. Lo spensierato piacere personale è il fine di tutto, il resto è secondario. Il lavoro è un fastidioso obbligo, le cui ore vanno ridotte per lasciare più tempo alla società del divertimento, e l’unico vero credo è la vita senza obblighi.
Dopo aver letto il libro di Peter Hahne, ho immaginato di sostituire le parole Germania e tedeschi con Italia e italiani. Il mio è stato un esercizio teorico ma alla fine mi sono convinto che il 90 per cento delle tesi sostenute dal giornalista berlinese nel suo pamphlet si adattano alla perfezione a quel che accade da noi, con qualche piccola differenza dovuta a virtù e vizi italici.
Finiti gli anni della rivolta, dal ’68 al ’79, e conclusasi nel sangue – quasi sempre quello di poliziotti e borghesissimi servitori dello Stato – la rivoluzione di coloro che sognavano «l’immaginazione al potere», l’Italia si è cullata negli anni del riflusso, con un ritorno al privato ma soprattutto con un recupero degli affari privati. Per anni, dopo aver teorizzato l’idea di un salario variabile indipendente dai risultati e dalle compatibilità aziendali, una parte del Paese – anzi la maggior parte del Paese – ha pensato che la nuova variabile indipendente fosse il divertimento: fattore autonomo dall’andamento dell’economia reale e dalla crescita dei conti pubblici.
Nessuno ama sentirsi povero, e la ricchezza – anche quando non c’è – la si insegue e la si ostenta a qualunque prezzo, foss’anche quello della dignità. La nostra è una società fondata sui diritti ma non sui doveri, sull’assistenza purché sia gratis, sulle pensioni anche se i contributi versati non bastano. È una società miope, che non vede lontano e ignora ciò che accade nel resto del mondo, ma che ha trovato nel sindacato il celebratore ufficiale dei suoi riti e dei suoi miti.
Mi torna in mente a questo proposito un episodio, accaduto anni fa a Sergio Cofferati, quando questi era il potente capo della Cgil. Durante un viaggio in India incontrò i sindacalisti di New Delhi e spiegò loro che si sarebbe battuto perché le aziende italiane non sfruttassero più i lavoratori indiani. La risposta dei colleghi di New Delhi fu nettissima: per noi quello non è sfruttamento, ma una risorsa per uscire dalla miseria. Il sindacato italiano è così autoreferenziale da non accorgersi che ciò che in Italia è garantito, altrove è una conquista. Ciò che da noi è un diritto, in India è un dovere.
Quanto il nostro sindacato sia incapace di vedere oltre il proprio naso è dimostrato anche dallo sfogo di un onesto sindacalista come Savino Pezzotta, il quale un giorno ebbe a osservare: non capiscono che il mondo cambia e forse credono che se una fabbrica chiude trasferendosi all’estero, si possa sempre usare un charter per accompagnare gli operai nel nuovo posto di lavoro. Perché nella società del divertimento, il lavoro deve essere assicurato, proprio come l’allegria.
Peter Hahne nel suo libro si dice convinto che la festa sia finita. L’11 settembre avrebbe spazzato via le certezze di giovani invecchiati passando da Lotta continua a festa continua e – dissolte le fantasie onnipotenti di una pace mondiale basata sulla ragione – i pifferai del folclore multiculturale ora sarebbero zittiti. Io di questo sono meno convinto. La festa è sospesa, certo, ma molti sono sicuri che le danze si riapriranno presto. Almeno da noi.