Un libro inchiesta sulla casta delle sfilate

È sempre stato un settore passabilmente intoccabile, quello della moda italiana nonché, ça va sans dire, milanese. Il giro di affari era di quelli fluviali, come il ritorno di immagine e chi avrebbe dovuto indagare questo mondo con uno sguardo un po' più oggettivo - i giornalisti, per esempio - spesso era coinvolto a vario modo e non osava far troppe domande su alcune follie che si verificavano sotto i suoi occhi. Tuttavia oggi - complice la crisi finanziaria (che ha portato a un calo stimato per il 2009 di almeno il 15 per cento del fatturato), il clima di generale repulisti pseudo-morale e para-giudiziario tipicamente e ciclicamente italiano e la moda editoriale delle inchieste sugli intrallazzi delle "caste" - si comincia a perlustrare e raccontare con sistematicità anche le malefatte haute couture. Per esempio, ne parla con passione il giornalista finanziario Luca Testoni in un libro-inchiesta che verrà presentato oggi alle 18.30 alla Mondadori Duomo dall'autore stesso insieme a Romeo Gigli e Maria Luisa Trussardi: L'ultima sfilata. Processo alla casta della moda italiana (Sperling & Kupfer, pagg. 276, euro 18).
Vi si legge di un mondo auto-referenziale, bizantino, ricchissimo e decadente al tempo stesso, negli ultimi anni vittima dei propri capricci e succube del falso prestigio della trasgressione. Vi ritroviamo anche il fatto (ben documentato) che la nostra moda qualche volta può essere sì made in Italy, nonostante le varie delocalizzazioni soprattutto in Cina, ma i profitti sono molto spesso off shore. Infatti alcune case di moda che fanno un vanto costante della loro italianità hanno allocato le holding di controllo dove passano i loro profitti in nazioni molto vantaggiose dal punto di vista delle tasse, come Olanda e Lussemburgo. Fu proprio il Giornale, tra l'altro, nel maggio dell'anno scorso, a dare notizia dell'elusione fiscale di Dolce & Gabbana e relativa colossale multa di 400 milioni di euro a testa per i due stilisti. Per non far menzione di Leonardo del Vecchio, patron di Luxottica, e della sua transazione da 300 milioni di euro per chiudere ogni contenzioso sulla presunta estero-vestizione delle holding di controllo del gruppo. O dell'operazione - che riuscì a passare quasi inosservata - di Diego Della Valle, proprietario di Tod's, che portò in Borsa il suo gruppo per poi usare il ricavato dell'offerta pubblica iniziale per far acquistare dalla società, di cui rimaneva socio di ampia maggioranza, gli altri due marchi della sua stessa scuderia (Fay e Hogan), controllati da due società lussemburghesi. Da un certo punto di vista tutto ciò è persino legale. Si tratta però di operazioni che aprono profonde rughe sul maquillage di cui il mondo della moda, già piuttosto egocentrico e bizzoso di suo, si ricopre ogni giorno il volto.
Il libro di Testoni indaga anche la corrispondenza di amorosi sensi tra alcuni giornalisti e il fashion system: «La marchetta giornalistica sembra essere nel DNA del giornalismo di moda» ci ha detto l'autore. Vale a dire, articoli dettati a colpi di regali ai pennivendoli di turno o di pagamenti in pubblicità o sotto forma di cosiddetti "viaggi-merenda". Famigerato il caso della scrittrice Camilla Baresani, che sul Sole 24 Ore stroncò una cotoletta servitale al Gold, ristorante milanese di Dolce e Gabbana. I due stilisti minacciarono di ritirare la pubblicità (250/300 mila euro) e il quotidiano dovette ricorrere al suo critico gastronomico Davide Paolini per mettere una pezza sulla faccenda, incensando in seconda battuta la cotoletta, a quanto pare troppo zuccherosa al palato.