Il libro Con lustrini e parrucca, la sua vita sempre al limite

Così accadde che quel ragazzo emarginato, che girava addobbato come Wanda Osiris dopo una sbronza di grappa, divenne Renato Zero, il cantautore che dalle borgate romane ha cantato i sentimenti «senza mai farsi tentare dall’intellettualismo». Una storia romana, popolare, pasoliniana (a tratti gozzaniana) raccontata da Tommaso Labranca nel libro Da Zero a Zero (Arcana) per analizzare, con sguardo disincantato e piglio ironico il personaggio e le sue metamorfosi nel linguaggio, nel comportamento, nella musica.
Altro che le provocazioni di Povia; Renato si tuffa negli anni Settanta con lustrini, parrucche, make up, una specie di David Bowie alla romanesca, anche se Labranca nega recisamente il paragone. È vero, anche mr Bowie ha preso spunto da qualcuno (uno a caso? Marc Bolan) ma se lo avesse voluto copiare «sarebbe arrivato fino in fondo nell’emulazione, ricalcandone anche lo stile musicale e la tendenza a creare personaggi teatrali dietro cui nascondersi». La verità sta nel mezzo; lo spirito di Bowie calato nella sua (nostra) quotidianità. Il Renato Zero che già in quegli anni lontani canta «Oggi guarda il futuro cos’è...Più nessuno che lotta perché...». E lui ne ha vissute di battaglie, immerso nella realtà tanto intensamente da sputarle in faccia e poi cercare il modo di sfuggirle, diventando ora icona trasgressiva e infine «il santone sessuofobico degli ultimi anni». Ma oggi chi sono i trasgressivi? Forse i Tokyo Hotel dalle finte ruvidezze punk? Michael Moore cantore «di una finta opposizione al sistema?». Anche Bowie nel ’97, in concerto in Italia, aveva chiuso con le eccentricità, era vestito come «un assicuratore in discoteca» e aveva sotterrato l’ascia di guerra. Renato quella crisi l’ha vissuta tra il 1976 e il 1981, in quegli anni dove la musica italiana plasticosa (dai Santo California ad Afric Simone) portarono a fondo tutto l’ambiente. In mezzo a capolavori come Il cielo e - molti anni dopo - Mentre aspetto che ritorni - ha seminato amenità come I figli della topa e Galeotto fu il canotto, che Labranca mette in un’ipotetica raccolta Le canzoni più grevi di Renato Zero. Ma lui è un’artista che se cade si rialza, e sarebbe troppo lungo raccontare le mille rinascite, le sfide (ad esempio il rifiuto del Premio alla carriera a Sanremo 2006) e le grandi canzoni che dispensa ancora oggi. Oggi che è rientrato nei ranghi ed «è diventato normale», o che siamo noi tutti ad esserci abituati a lui?