In un libro la storia di Cristina, che morì per salvare il figlio

In corso il processo di beatificazione della giovane donna di Cinisello che rifiutò le cure per non danneggiare il bimbo che aveva in grembo

«Maria Cristina Cella Mocellin ha qualcosa di importante da dire agli uomini e alle donne del nostro tempo». Così Alberto Zaniboni spiega le ragioni che l'hanno spinto a dedicare il libro «Cara Cristina... La vita di Maria Cristina Cella» Mocellin (San Paolo, pp 328, euro 17) a questa giovane donna di Cinisello Balsamo, morta nel 1995 a 26 anni per un tumore di cui già aveva sofferto diciottenne, e per la quale la Chiesa ha avviato il processo di beatificazione. Quando la malattia si ripresentò durante l'attesa del terzo figlio Riccardo, infatti, Cristina, d'accordo con il marito Carlo, decise di sottoporsi solo alle cure che non avrebbero messo a rischio la vita del bambino in arrivo.
Una scelta eroica, condivisa con tante altre madri di cui la cronaca non sempre si occupa, e sulla quale è naturale che tutti soffermino la propria attenzione. Ma Zaniboni al riguardo osserva: «A mio modo di vedere questa è una lettura superficiale degli eventi. Cristina ha preparato per tutta la vita l'incontro col Signore. È stata una donna di preghiera, fin da preadolescente ha vissuto un'intensa intimità quotidiana col Padre. Cosicché le scelte fatte nelle ore drammatiche della vita sono state la logica conseguenza di tutto ciò che aveva vissuto prima. Non sono spuntate all'improvviso dal nulla. Io penso sia importante rileggere e ripercorrere le tappe di questa vita per rendersi conto del cammino che la Grazia ha operato in lei e per capire che lo stesso cammino è riservato a ciascuno di noi».