Il libro Welby e il romanzo dei suoi sessant’anni Esce l’autobiografia postuma e incompiuta

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Nel 2006 moriva Piergiorgio Welby, pittore, poeta e fotografo. A ucciderlo, dopo anni di immobilità e una tracheotomia che gli consentisse la respirazione, fu la distrofia muscolare. Una malattia i cui germi si portò dietro dalla nascita e che esplosero in maniera devastante per poi condannarlo a un letto e alla macchina per respirare. Oggi il libro «Ocean terminal» (Castelvecchi editore, pp. 169, euro 17,50) racconta la vita di Welby scritta da lui stesso, opera postuma e non finita perché lui stesso volle così.
Il volume doveva essere infatti il romanzo della sua esistenza, non doveva tirare conclusioni ma attraversare un’epoca fatta dagli anni artistici delle tele sulle quali si affollavano morbidi corpi femminili e splendevano cieli alla Renoir. E poi al contempo doveva trattare degli anni bui della malattia, della sua lotta contro il male, delle difficoltà di ogni momento.
Rivolgendosi ai poster di Ho Chi Minh e del Che, Welby attacca duro: «Che ne sapete della guerra che combatto ogni giorno! Delle ritirate, delle imboscate, delle umilianti rese incondizionate. Mi hanno fatto prigioniero il giorno stesso che sono nato. Io ancora non lo sapevo ma i miei cromosomi sì che lo sapevano...».
Welby adotta un linguaggio forte che colpisce per originalità e potenza soprattutto quando azzarda un mini ritratto di sé dopo essersi raccontato per 169 pagine: «Chi sono? Un superstite».