Licenza di fumare

Ogni volta temo di esagerare. Questo giornale mi consente regolarmente di amplificare ogni mia fisima circa determinate crociate globali (fumo e cibo e vino e caffè e persino odori) e insomma mi consente di paventare una crescente intromissione della Sanità negli stili di vita privati, epperò ogni volta temo di esagerare: è stato così anche nel commentare la decisione della Commissione europea, pochi giorni fa, di giudicare lecita la non assunzione di un fumatore in quanto semplicemente fumatore. Il problema è che la realtà supera ogni esagerazione. Ieri, sul Corriere della Sera, il professor Maurizio Ferrera proponeva questo: «Lo Stato dovrebbe introdurre una serie di licenze per chi vuole fumare (sin licences, licenze di peccato) e la vendita di sigarette sarebbe legale solo a chi ha acquistato una licenza: poniamo mille euro per poter comprare cinquecento pacchetti». Poi, spiegava Ferrera, si potrebbe fare la stessa cosa per snack e merendine: «Il sistema potrebbe essere applicato all'acquisto di junk food dai distributori automatici». Bene, e come si chiamerebbe questa cosa? «Paternalismo soft: lo Stato cerca di influenzare gli stili di vita attraverso incentivi indiretti». Pazzia? No: «In alcuni Stati Usa forme di paternalismo soft sono già in corso di sperimentazione». Ecco, io ogni volta temo di esagerare e non dirò nulla, ma quando arriveremo al marchio a fuoco per i fumatori vi farò un fischio.