Il licenziamento di Speciale l’ha firmato Napolitano

A torto o a ragione, Giorgio Napolitano si è sentito tirare per la giacchetta a proposito dell’incredibile caso che ha per protagonisti il viceministro Vincenzo Visco, che si è visto ritirare la delega relativa alla Guardia di Finanza, e il generale Roberto Speciale, defenestrato da un momento all’altro in un clima degno di una commedia dell’assurdo di Ionesco. E così il presidente della Repubblica ha voluto mettere i puntini sulle i. Una nota del Colle ha precisato che «è improprio coinvolgere la presidenza della Repubblica in polemiche su materie che non corrispondono ai suoi poteri costituzionali». E, alla domanda di un giornalista nei giardini del Quirinale in occasione del 2 giugno, ha dichiarato: «Si tratta di decisioni prese dal governo nella sfera delle sue esclusive competenze e attribuzioni: pretendere di tirare in ballo il Presidente della Repubblica in materie che non corrispondono ai suoi poteri costituzionali è improprio».
Spiace dirlo, perché nutriamo il massimo rispetto nei confronti del capo dello Stato, ma le cose non stanno precisamente così. Certo, sul ritiro di una delega a Visco da parte del ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, il presidente della Repubblica non ha da far valere alcun potere. Ma che non abbia nessuna voce in capitolo, non si può assolutamente sostenere. Infatti Napolitano ricorderà che cosa affermò il presidente della Commissione dei 75, Meuccio Ruini, nella relazione all’Assemblea costituente presentata il 6 febbraio 1947. Ecco le sue parole: «Il Presidente della Repubblica non è l’evanescente personaggio, il motivo di pura decorazione, il maestro di cerimonie che si volle vedere in altre Costituzioni». No, «egli rappresenta e impersona l’unità e la continuità nazionale, la forza permanente dello Stato al di sopra delle mutevoli maggioranze. È il grande consigliere, il magistrato di persuasione e di influenza, il coordinatore di attività, il capo spirituale, più ancora che temporale, della Repubblica».
Ecco, proprio così. È il grande consigliere, il magistrato di persuasione e di influenza. Nella sua famosa opera intitolata The English Constitution, che Francesco Cossiga si vanta di tenere sul suo comodino, Walter Bagehot non sostiene cose molto diverse quando traccia i poteri della Regina Vittoria. Scriveva che «il sovrano, in una monarchia costituzionale come la nostra, ha tre diritti: quello di essere consultato, quello di incoraggiare e quello di mettere in guardia». Ora, è mai possibile che, su una questione tanto delicata come quella di Visco, il Quirinale abbia fatto come le tre scimmiette: non abbia sentito, non abbia visto e soprattutto non abbia parlato discretamente all’orecchio di un presidente del Consiglio, sia pure sordo come una campana? E se invece il Quirinale ha fatto sentire la sua autorevole voce, sia pure come mero «consiglio», in quale conto è stata tenuta dal governo e in specialissimo modo dall’accoppiata (attenti a quei due!) Padoa Schioppa-Prodi? Stentiamo a credere che il Colle se ne sia lavato puramente e semplicemente le mani come un Ponzio Pilato qualsiasi.
Ma la tesi del presidente Napolitano è ancor meno convincente per quanto riguarda la sostituzione del generale Speciale. Dopo tutto, il decreto di nomina del suo successore è stato firmato proprio dall’inquilino del Colle. È ben vero che si tratta di un atto formalmente presidenziale e sostanzialmente governativo. Ma in tale genere di atti il capo dello Stato ha doppiamente voce in capitolo. Per cominciare, può mettere in guardia il governo da provvedimenti precipitosi che non hanno a lume di logica giustificazione alcuna. E poi può rinviare al mittente il provvedimento qualora ravvisi dei vizi formali o sostanziali. E nel caso specifico ci troviamo in presenza di un atto che fa a pugni con il buongoverno.
Si è detto che quella di Napolitano è una presidenza saggiamente interventista. Perciò ci duole che proprio in questo caso abbia ritenuto opportuno vestire i panni del notaio. Che, come un ambasciatore, non porta pena.
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