Licenziato perché troppo onesto

Marco Morello

Per fare carriera nella pubblica amministrazione basta semplicemente essere corrotti, mentre chi sceglie la via dell’onestà viene licenziato. Può sembrare un paradosso, ma è questa la morale della storia dell’avvocato Massimo Sega, che ha visto riconosciute le sue ragioni solo dopo una lotta lunga undici anni contro la Provincia di Roma.
Tutto comincia nel 1991. Sega è a Palazzo Valentini in qualità di direttore del servizio ambientale. Si accorge di alcune irregolarità e senza pensarci due volte le denuncia. Di tutta risposta, con i responsabili rimasti impuniti, viene trasferito al dipartimento della pubblica istruzione. Quando si rifiuta di sottoscrivere alcuni provvedimenti sospetti del valore complessivo di 45 miliardi, riceve un nuovo premio per tanta solerzia: un nuovo allontanamento, stavolta ai servizi sociali. Sega va avanti per la sua strada, amplificando ogni irregolarità a suon di ricorsi ed esposti. La ritorsione è ancora dietro l’angolo: stipendio ridotto, via il personale alle sue dipendenze e il suo ufficio viene spogliato della quasi totalità delle funzioni di competenza. L’avvocato è solo ma non sconfitto. Nel 1995, sotto la presidenza Fregosi, si accorge dell’illegalità di alcuni pagamenti a favore di una ditta appaltatrice. Memore delle passate esperienze e della tendenza all’insabbiamento tanta cara a colleghi e superiori, si rivolge direttamente alla Corte dei Conti. La scure della censura torna a colpirlo, stavolta senza nessun freno: trasferimento al settore artigianato, una denuncia a suo carico promossa da Fregosi per usurpazione di funzione pubblica e un’altra per diffamazione voluta dai dirigenti chiamati in causa dall’accusa. Sega però non raccoglie, è stufo di doversi piegare. Non lascia il suo posto (dove tra l’altro non era stato inviato alcun sostituto) e viene così licenziato in tronco, anche se la commissione disciplinare interna gli aveva dato ragione.
Dai corridoi di Palazzo Valentini la battaglia si sposta nelle aule di giustizia. Qui vince su tutta la linea: nel 1999 e nel 2001 il Tribunale di Roma lo assolve dalle querele per diffamazione. «Ma non solo - afferma Sega -. La Pretura ha riconosciuto che le mie argomentazioni erano state nitide e lucide e che i fatti per i quali mi avevano querelato perseguivano un interesse generale di chiara rilevanza sociale». Meglio di così non poteva andare. Eppure per la piena «riabilitazione» deve aspettare ancora a lungo. Solo il 19 giugno scorso il Tar del Lazio ha accolto il suo ricorso, dichiarando illegittima la delibera di trasferimento, e con essa il pretesto per il licenziamento.
Undici anni sono passati, in cui Massimo Sega ha dovuto lottare contro il lato immorale della politica. E mentre lui era a casa a difendersi da solo, quell’appalto che la Giunta aveva annullato per palese illiceità è stato approvato ventiquattro mesi dopo, senza trovare l’opposizione di nessuno visti i pericolosi precedenti. Il protagonista di questa vicenda a metà tra il grottesco e l’assurdo non pensa però che si tratti di ironia della sorte: «Da tanto tempo ormai si è persa del tutto l’eticità pubblica - spiega con rammarico -. Commettere delle illegalità è considerato un fatto normale, oggi tutto è ammesso». Non desti scalpore quindi che il dirigente firmatario di quell’appalto incriminato e per giunta riconosciuto tale abbia fatto carriera, fino a essere nominato a uno dei più alti livelli dell’organigramma della Provincia. E l’avvocato, che oggi ha 71 anni ed è affetto da distrofia muscolare, dovrà promuovere una nuova azione giudiziaria sulla base della sentenza del Tar per ottenere un risarcimento danni che a questo punto soltanto i tempi biblici della giustizia potranno differire. Massimo Sega, però, ha già dimostrato di avere pazienza da vendere.