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La goliardia è il massimo che c’è! Parola di Renzo Arbore, che ormai abbandona sempre più i panni del Pierino televisivo per vestire quelli di caporchestra, l’Orchestra Italiana naturalmente, che col suo mix di allegria, swing e napoletanità ha conquistato persino russi e cinesi e stasera - reduce da un concerto primaverile agli Arcimboldi - torna al Teatro Smeraldo all’interno del benemerito «MiTo».
Ad aprile, scherzando dopo il trionfale concerto di Bergamo, ci aveva detto: «A Bergamo è stato un grande successo e non c’erano terroni come me tra il pubblico». A Milano il copione è sempre lo stesso: fans assatanati, pubblico scatenato a festeggiare il comandante Arbore («mi sento il Glenn Miller italiano», ama celiare ma non troppo) che guida la sua orchestrona e la voce di Gegè Telesforo. Dalla Carnegie Hall newyorkese a piazza del Popolo a Roma, quando c’è Arbore è sempre festa.
La canzone napoletana è il grimaldello con cui il «maestro» forza la resistenza dei vari generi e stili: «Perché la canzone d’autore napoletana è un marchio doc della cultura italiana nel mondo, caratteristica come il blues e il samba». Se poi la condisci con un pizzico di jazz, con i ritmi altalenanti dello swing e un pizzico di maramalderia, ti travolge. Questa musica ha ammaliato perfino Ray Charles, che ha voluto esibirsi con i mandolinisti dell’ineffabile Renzo.
Non per niente in album come Tonite Renzo Swing rilegge con toni veementi e radiosi gli evergreen del jazz con un tocco di italianità. «Si può suonare musica di qualità pur divertendosi, questo è il segreto dei grandi jazzmen; la gioia e l’ironia sono l’altra faccia della medaglia della profonda melanconia del blues».
Lui ammicca e mette in piedi uno spettacolo maramaldo e divertente ma - va da sé - con musica di qualità. C’è un cocktail ben shakerato che ingloba classici come Maruzzella e Malafemmena, ci sono i sempreverdi arboriani come Il materasso, Il clarinetto, Ma la notte no; c’è la performance dei già citati mandolinisti che fa da anticlimax ai ritmi jazz, e poi a dar fuoco ulteriormente alle polveri c’è la performance di Gegè Telesforo tra soul e rhythm and blues. Tanta carne al fuoco all’insegna del divertissement, perché si vede che Arbore ce la mette tutta ed è il primo a godersela. «Vado senza rete, con entusiasmo e senza calcoli. Non salgo sul palco per vendere dischi come fanno molti artisti. Non eseguo neppure i miei brani recenti come Meno siamo meglio stiamo se non arriva qualcuno a chiederlo a gran voce». Meno siamo meglio stiamo sarà il suo motto televisivo ma non è certo quello dei concerti, visto che a Roma due anni fa in piazza c’erano per lui 100 mila persone (da lì è tratto il suo ultimo cd e dvd) e il suo sogno è quello di esibirsi in piazza Duomo, magari con Enzo Jannacci che considera «un genio assoluto».
Arbore è legato a Milano anche dall’amore per Giovanni D’Anzi, l’autore di O mia bela Madunina ma anche di brani splendidi come Ma l’amore no, Non dimenticar le mie parole, Abbassa la tua radio che i jazzisti riprendono spesso. «Milano è stata la culla del jazz in Italia. Lì c’erano le case discografiche, gli editori, si pubblicava il canzoniere della radio».
Anche dai suoi onnivori gusti - da Louis Prima a D’Anzi, da Louis Armstrong a Natalino Otto, dalla Nitti Gritty Dirt Band al Quartetto Cetra - passa la popolaresca genialità di Renzo Arbore.
Renzo Arbore, l’Orchestra Italiana e la nuova canzone napoletana
teatro Ventaglio Smeraldo
posto unico 30 euro