L'identikit del perfetto finiano infedele soprattutto a se stesso

Alieno al concetto di lealtà, sessualmente bipartisan, religiosamente incerto, ostile alla cultura Cambia valori come il leader cambia cravatta: con disinvoltura e sbagliando colore e contesto<br />

Ritratto antro-politologico del rappresentante-tipo di Futuro e libertà: cosa pensa, cosa dice, cosa vuole il “futurista” doc, come abbiamo imparato a conoscerlo in questi primi mesi di presenza sulla scena politica e televisiva.

ORIGINI E FORMAZIONE
Alieno per natura da qualsiasi fedeltà ideologica e accanito collezionista di sigle partitiche - Msi, An, Pdl, Fli... - il perfetto finiano ha alle spalle un accidentato percorso politico e culturale. Da giovane, fervente militante di impresentabili formazioni para-naziste. Poi, miracolato rappresentante di una destra post-fascista sdoganata sulla via di Arcore. Quindi, convinto e lautamente ricompensato parlamentare del centro-destra (carica in virtù della quale poteva chiedere frequenti interviste al Giornale). Infine, dopo un’improvvisa e incerta fase di «berlusconismo critico», è oggi approdato a un sereno nichilismo parlamentare, viscidamente equidistante fra il progressismo veltroniano e il moralismo peloso. In meno di un Ventennio, un lungo viaggio dalle fogne missine al messia Saviano. Dal fascismo al fazismo. Il perfetto finiano non ha mai creduto a niente prima, ad accezione dei folcloristici saluti romani, ancora meno crede in qualcosa adesso, se non al fatto che parlare bene di Vieni via con me può tornare utile. Per il resto, non ha ancora trovato una risposta alla domanda chiave della sua generazione: «Ma che cazzo avrà sempre da ridere Fini?».


Storicamente nichilista e intellettualmente ondivago, il perfetto finiano, che una volta era abbonato a Diorama letterario e oggi compra il Riformista - comunque senza leggerli - è passato culturalmente indenne dai Campi Hobbit ad Alessandro Campi, sempre ribadendo il proprio ruolo di coscienza critica: un tempo della Destra ora della Sinistra, una volta del neo-fascismo ora del qualunquismo, che peraltro considera più o meno la stessa cosa. A suo tempo fervente sostenitore della lezione filosofica dei grandi irregolari del pensiero europeo, da Evola e Jünger, ultimamente è impegnato nella difficile opera di rivalutazione dei miti della Sinistra d’antan e dei fumetti porno vintage, come l’operaismo rivoluzionario di Mario Tronti o Zora la Vampira. Il perfetto finiano, infatti, ha sempre avuto tempo da perdere. Del resto, una volta passava le giornate sulla saga di Tolkien, oggi con le seghe di Farefuturo. Intanto, tra i finiani, chi ha letto più di dieci libri in tutta la sua vita ha buone probabilità, in caso di prossimi ruoli di governo, di aggiudicarsi un ministero. È per questo che per Luca Barbareschi si parla al massimo di un sottosegretariato. Gianfranco Fini, che ha addirittura scritto un libro senza averlo letto, ovviamente premier.

VALORI E MORALE
Raffinato amante delle metafore, motivo per il quale si può dire senza offenderlo che ha il «lato A» uguale al «lato B», soprattutto quando va in televisione a sostenere certe cose, il perfetto finiano cambia valori politici e princìpi morali con la stessa disinvoltura con la quale il proprio leader cambia cravatta, purtroppo sbagliando sempre colore e contesto. Indeciso a tutto, indifferente a qualsiasi cosa, pronto a barattare l’etica di Donna Assunta con l’estetica di Elisabetta Tulliani, umanamente estraneo al concetto di fedeltà, che considera un disdicevole atto di servilismo, il vero finiano trascorre amabilmente le proprie serate nei talk show a spiegare, a se stesso prima che agli altri, che passare da Predappio a Montecarlo non è un «tradire le idee» ma un «atto di maturazione politica» (oltre al fatto che in Costa Azzurra c’è il mare e la figa). Un passaggio che, a dirla tutta, per il finiano rimane comunque più comprensibile del salto politologico che lo ha allontanato da Franco Freda avvicinandolo pericolosamente a Filippo Rossi. Rispetto ai suoi vecchi e nuovi maître à penser, non si capisce però perché il finiano sia incline a pensare che «badogliano» rappresenti un’offesa peggiore di «bocchinaro».

PRESENZA E APPARENZA
Il perfetto finiano, sofferente di improvvise forme di schizofrenia del giudizio, è irremovibile nel condannare la televisione come lo strumento con il quale il berlusconismo plagia le coscienze degli italiani, ma è altrettanto flessibile nel partecipare ai talk show, dove si sente a casa propria, tanto da starci in maniche di camicia. Urla, sbraita, insulta, spiega a un pubblico incredulo di essere l’unico depositario della verità oltre che l’unico rappresentante della moralità, e intanto spara portentose ovvietà, né più né meno di tutti gli altri ospiti. Dimostrando, così, di essere perfettamente omologato alla dittatura berlusconiana della volgarità. Ma la cosa non lo tocca più di tanto, perché sa benissimo distinguere, con un doppiopesismo critico di rara sottigliezza, tra le scelte degli «altri», pericolose per la democrazia e per il Paese, e le proprie, espressione invece di una destra moderata, laica ed europea. Così come, del resto, nel profondo della coscienza è capace di autoconvincersi che un conto sono le escort di Berlusconi, un conto la propria amante. La morale, in questi casi, non c’entra. «E poi a me a Villa Certosa non mi hai mai invitato, ’sto stronzo».

SCELTE E PERCORSI
Già propenso a non finire mai una legislatura dalla stessa parte in cui l’ha iniziata, vivendo la propria esperienza politica e umana come un eterno 8 settembre, il perfetto finiano è per costituzione portato a battere percorsi ideologici sconnessi e tortuosi, fatti di svolte improvvise, pericolosi sali-scendi, spaventose conversioni a «U». Sul fascismo, l’antisemitismo, i ragazzi di Salò, gli extracomunitari, gli omosessuali e persino sul fatto che Pasolini fosse di destra o di sinistra, oltre che naturalmente sull’opportunità o meno di allearsi con Berlusconi, il finiano è soggetto a improvvisi sbalzi di giudizio. «Solo i cretini non cambiano mai idea!», si difende. Senza essere assalito dal sospetto che soltanto i deficienti però le cambiano tutte. Un po’ come Flavia Perina. Non è che siano delle puttanate vergognose le cose che scrive adesso. Lo erano, semmai, tutte quelle che ha detto negli ultimi vent’anni. Tanto, non leggendo nessuno il Secolo d’Italia, non è un problema. E comunque, nulla toglierà dalla testa al perfetto finiano che il suo percorso, Fini, l’ha cambiato da quando sta con la Tulliani. Ely Ely alalà.

ABITUDINI E DEBOLEZZE
Costretto suo malgrado a estenuanti esercizi giornalieri di dissenso da se stesso e di faticosa dialettica con Fabio Granata per fargli capire bene cosa deve dire ogni sera ai telegiornali, il perfetto finiano è portato a combattere battaglie giuste che sono già state vinte vent’anni prima, a ripetere le stesse cose contro Berlsconi che ha già scritto il Corriere nel suo editoriale la settimana precedente, a firmare gli appelli lanciati da Repubblica e a seguire senza tentennamenti la linea politica della stratega del gruppo, la signora Francesca Frau. «Ma perché dobbiamo farlo?», chiede l’ossequiente finiano. «Boh..», è solito rispondere Bocchino. Sessualmente bipartisan per non scontentare Vendola, religiosamente incerto per non irritare né gli atei né i devoti, la differenza tra i quali peraltro gli sfugge, e filosoficamente impermeabile a qualsiasi idea in generale, il perfetto finiano nutre un’insana passione per alcune espressioni particolari come «legalità», «onorabilità», «macchina del fango», «conflitto di interessi» (degli altri), «contratti Rai» e «pied-à-terre» (i propri). Restio ai piaceri della cucina, alla quale ha sempre preferito i salotti, e con l’unico debole per il ballo, in cui ha sempre eccelso, dal passo dell’oca al salto della quaglia, il finiano doc è fermamente contro la caccia – tranne quella a Vittorio Feltri – e a dire il vero non ama troppo neppure la pesca. Preferisce stare seduto sulla sponda del fiume ad aspettare che passi qualche suo vecchio amico. Non è intelligente, ma molto vendicativo.

HOBBY E SPORT
Il finiano perfetto, che sa sempre andare dove tira il vento, adora la vela, praticando la quale ha imparato ad abbandonare la barca quando affonda. Il distacco assoluto verso qualsiasi tono conciliante con l’avversario glielo ha invece insegnato il tennis, nelle cui partite è solito urlare – non avendo purtroppo frequentato il classico – «Aut Aut!». Per lui, che in gioventù ha sentito citare Heidegger, l’importante è non andare Über Die Linie, oltre la linea. Fine tuttologo, nel senso che non sa nulla di niente, il vero finiano aborre pubblicamente le lobby (tranne quella omosessuale) pur frequentandole in privato, in particolare quelle piccolissime, numericamente elitarie, come il Secolo d’Italia o Farefuturo. E tra le perversioni cede solo al feticismo dei piedi, che non resiste alla tentazione di leccare. Salvo poi azzannarli quando il padrone si volta. Tra i suoi passatempi, invece, il prediletto è il giardinaggio: trascorre intere giornate a piantare paletti – tra Destra e Sinistra, ma anche tra laici e cattolici, soprattutto tra il berlusconismo di ieri che poteva dare buoni frutti e quello di oggi che ne dà solo di velenosi - sotterrare federalismo e capitalismo, strappare le erbacce infestanti del razzismo e dell’intolleranza - che in passato aveva inavvertitamente contribuito a seminare - e soprattutto sgombrare il campo di lavoro da ogni possibile equivoco riguardo al concetto di «tradimento». Perché, come è noto, per tradire è necessario avere secondi Fini. E invece il perfetto finiano - grazie a Dio - ne ha uno solo.