L'ideologo del disimpegno tira la volata agli anti Cav: "Berlusconi? Fa tristezza"

Jovanotti torna a criticare Silvio, ma ammette: "Non è un dittatore". E' l'ennesima invettiva del cantante progressista che fa della libertà (di criticare) il caposaldo dei suoi testi... 

Roma - Quando sabato 27 ottobre 2007, in un ex polo industriale alla periferia nord di Milano l'allora presidente del Pd Romano Prodi proclamava il segretario Walter Veltroni sigillando la successione con un abbraccio consumato dai flash delle macchine fotografiche, rimbombavano tra i costituenti democratici le note di Mi fido di te. D'altra parte l'eterno ragazzo fortunato, arrivato al successo come Jovanotti e ribattezzato Lorenzo nazionale, ha un filo diretto con la sinistra di governo e di piazza: il sostegno alla candidatura di Giuliano Pisapia nella corsa per Palazzo Marino, l'appoggio agli occupanti del Teatro Valle, le lettere demagogiche per difendere la scuola pubblica ("E' una conquista della civiltà che diventa un diritto nel momento in cui viene sancito"), le invettive antiberlusconiane e i continui rimandi politici negli album che di anno in anno si fanno sempre più smaccatamente "progressisti".

Ne ha lancia un'altra, di invettiva. Il no global, che si rifugiò nelle lande desolate della Patagonia (dove la vita è veramente difficile e le terre battute dal vento rimandano tragicamente ai versi di Henry David Thoreau) per ritrovare se stesso, torna a cavalcare l'attacco contro il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per ritagliarsi un altro angolo nella galassia degli anti Cav. Eh sì, perché se negli anni Sessanta dovevi dire di essere comunista per farti ascoltare, adesso il pugno chiuso ha meno fascino. L'hanno barattato con le accuse e gli scherni al Cavaliere. Più pratico. "Berlusconi mi fa tristezza - dice in una lunga intervista rilasciata al mensile Max - ma non riesco a vedere in lui il dittatore che molti indicano, il soggetto contro il quale il popolo si dovrebbe sollevare. Bisogna guardare a chi oggi ha vent’anni e di Berlusconi se ne strafrega, sono loro la speranza, l’Italia è tutta da fare".

La prima parola che salta alla bocca è "qualunquismo". Qual è l'Italia a cui aspira Lorenzo? Forse come "una grande chiesa che parte da Che Guevara e arriva fino a madre Teresa, passando da Malcom X attraverso Gandhi e San Patrignano arriva da un prete in periferia che va avanti nonostante il Vaticano"? L'artista spopola soprattutto tra i giovani. Un'estate di concerti. Con un occhio all'attualità. Se la prende con chi, negli anni passati, ha distribuito "patenti politico-musicali che il tempo per fortuna ha reso ridicole", eppure sembra che quella patente serva a molto. C'è chi dice addirittura che c'è più sinistra nei testi di Jovanotti o dei Subsonica che nelle parole di certi politici che siedono in parlamento da troppi anni.

Il concetto di libertà ritorna molte volte nei testi di Cherubini. "Rimane la cosa fondamentale sulla quale ragionare - dice - ma cos’è la libertà è ancora una questione aperta e lo rimarrà a lungo. Io mi ci arrovello, ci giro intorno, ne avverto la forza. L’idea di libertà penso sia ben sviscerata in Truman show, uno dei miei film cult". Ancora una volta, però, il concetto di libertà viene sminuito, impoverito e strumentalizzato. Forse, dietro ci dovrebbe essere qualcosa di più. Qualche mese fa, in una chiacchierata con l'Unità, Jovanotti dichiarava: "Io sono di sinistra, ho sempre votato a sinistra, ma non si può continuare a fare solo teatro sociale, per quanto importantissimo: come insegna il Tai-Chi, il modo migliore per vincere è quello di usare le armi dell’avversario". Il teorico del "pensiero positivo" ha sempre detto di non capirci granché della politica di Palazzo, di non condividere la distizione tra destra e sinistra perché i progressisti devno andare tra la gente, "come faceva Cristo". Eppure già nel 1994 le idee di Jovanotti erano già ben chiare: "Ho letto molti libri, ho cercato di capire e quando si fa questo sforzo non si può votare Berlusconi". Spiace dirlo, ma aveva proprio ragione Michele Serra: "Lorenzo è nato anni fa come ideologo del disimpegno, del 'cazzeggio' e adesso è il più politico e schierato degli artisti".