Lieberman fa paura ai laburisti

L’entrata di Avigdor Lieberman, leader fondatore del partito «Israele nostra casa» (11 deputati), nel governo israeliano rappresenta anzitutto la trasformazione di una coalizione di centrosinistra (la prima nella storia del Paese con un chiaro programma contrario agli insediamenti) in una di centrodestra che riprende buona parte delle precedenti idee della destra nazionalista, accompagnate da una sfiducia totale nei confronti degli arabi e dal timore di una nuova guerra.
Per il premier Ehud Olmert e il suo partito senza radici - Kadima - questo allargamento della coalizione rappresenta essenzialmente due cose: un’assicurazione parlamentare contro l’opposizione guidata dal Likud, e una garanzia contro la formazione di una commissione di inchiesta statale - richiesta dall’opinione pubblica - sulle responsabilità della condotta della guerra nel Libano, inchiesta che potrebbe far cadere varie teste al governo e al vertice delle Forze armate.
Per i laburisti, membri del governo, con un leader - Amir Peretz - che, come ministro della Difesa, si è attirato molte critiche, l’arrivo di Lieberman nel governo potrebbe rivelarsi un colpo mortale. Rischia di dividere definitivamente i resti di quello che fu il grande partito di Ben Gurion in varie fazioni, alcune al governo, altre attirati dal partito di estrema sinistra Meretz.
Difficile prevedere che cosa farà la nuova coalizione. Molto dipenderà da Lieberman nel ruolo di ministro di un fantomatico ministero per le «Minacce strategiche». Comunque, il suo scopo principale è la conquista della presidenza del governo e la trasformazione del suo partito in un nuovo movimento di maggioranza relativa della destra. Le sue ambizioni non sono infondate. L’attuale dirigenza politica e militare del Paese è screditata, non meno del presidente, Moshe Katsav, coinvolto in uno scandalo sessuale. L’elettorato chiede un cambiamento radicale nella condotta politica e sociale dello Stato, e Lieberman lo promette da tempo, con un vigore ora aumentato dal fatto che, essendo stato all’opposizione, non si porta appresso la responsabilità per la condotta nella guerra del Libano.
Lieberman - al contrario di Olmert e del sindacalista Peretz - ha dietro di sé un milione di elettori di origine russa, che temono gli arabi e odiano il socialismo. Egli ha preteso e ottenuto di iniziare un processo di riforma del governo verso un governo di tipo presidenziale, facendo piazza pulita dei vecchi partiti corrotti. Nazionalista ebraico, vuole la riforma dello Stato civile per risolvere il problema dei matrimoni misti, che tanto pesano sulle coppie degli immigrati dalla Russia. Una grossa fetta dell’elettorato, poi, concorda con lui nel bisogno di chiarire una volta per tutte l’equivoco degli arabo-israeliani. Dare cioè loro la piena uguaglianza civile ed economica promessa dalla Dichiarazione d’indipendenza in cambio di una scelta precisa: restare israeliani o perdere la cittadinanza, trasferendosi nel futuro Stato palestinese o associandosi «nazionalmente» con questo.
Oltre alle sue tesi elettorali (annessione delle colonie e, se necessario, trasferimento di una parte del territorio israeliano allo Stato palestinese con i suoi abitanti arabi), Lieberman ritiene indispensabile il ristabilimento, come deterrente nei confronti degli arabi, di un possibile uso della forza, che pure nel Libano ha mostrato tutti i suoi tragici risultati, e addirittura di quello dell’arma nucleare, se l’esistenza dello stesso Stato fosse messa in pericolo. La risposta alla minaccia iraniana è chiara. Certo è che il suo ritorno al potere (era stato brevemente ministro sotto Sharon) non piace a coloro che, a destra e a sinistra, hanno dubbi sulla sua onestà di ministro incappato - ma mai formalmente accusato - in poco chiari affari di diamanti e di rubli. Ma oggi in Israele sono ben pochi i politici che in fatto di quattrini possono «scagliare la prima pietra».