Liechtenstein, cresce la lista milionaria tra accuse e smentite

La cosiddetta lista nera dei conti milionari made in Italy nelle banche del Liechtenstein cresce e si gonfia come i pop corn. Non solo di vip come Milva, «la Rossa» mai in rosso, ma anche di una nutrita schiera di capitani d’industria, l’altro volto di quel Nordest operoso che, come denunciato appena ieri su queste pagine, scende in piazza contro la pressione fiscale. I frequentatori di Vaduz, dove ha sede il glorioso e discreto istituto di credito Lgt, evitano i proclami e preferiscono un silenzioso pragmatismo. Come Giampiero Pesenti, presidente del gruppo Italcementi di Bergamo intestatario di un conto da 33 milioni di euro (ma lui nega); come gli industriali Zanussi di Pordenone che sarebbero titolari di conti per 200 milioni (anche loro, come altri, parlano di omonimie); come la famiglia Amenduni proprietaria delle acciaierie Valbruna di Vicenza ed entrata anche nella scalata di Fiorani alla Antonveneta; come Michelangelo Manini, bolognese, presidente della Faac, azienda che produce allarmi e automatismi per l’apertura di cancelli; come Eugenio Cremascoli, imprenditore comasco, titolare della Ngc medical, azienda che lavora nella produzione di attrezzature medico-chirurgiche.
Nella lista figurano anche Marco Piccinini, romano di origine e monegasco di adozione, con una lunga militanza in Formula Uno come ex direttore di Ferrari Spa; Raffaele Santoro (cinque milioni di euro), ex presidente di Agip già coinvolto nell’inchiesta mani pulite; l’avvocato Tommaso Addario, condirettore dell’Italcasse negli anni ’80; Pietro Arvedi D’Emilei, conte veneto, titolare dell’omonima azienda agricola e presidente della squadra di calcio Hellas Verona. Pure lui smentisce. Per tutti, va precisato, le verifiche sono in corso e dunque l’inchiesta è apertissima e suscettibile di modifiche. Fisco, procure e superprocura antimafia, sono infatti al lavoro anche per controllare chi possa aver usufruito dello scudo fiscale per rimettersi in regola e chi il conto all’estero lo avesse magari sempre regolarmente denunciato.
Nella lista dei 200, che si arricchisce di ora in ora, campeggia anche il nome di Pasquale De Vita, presidente dell’Unione Petrolifera, che in Liechtenstein avrebbe depositato almeno un milione di euro, e quello di un imprenditore di Bolzano, Anton Pchiler, titolare di un conto di ben 35 milioni di euro.
Nutrita e di eccellenza la rappresentanza toscana, gravitante soprattutto nel settore sanità e farmaceutica. Finora, infatti, lo scettro nella classifica dei correntisti d’oro spetta a Alberto Sergio Aleotti, alla guida del gruppo farmaceutico Menarini di Firenze; sul conto estero di famiglia addirittura 475 milioni euro, ma anche in questo caso il gruppo nega addebiti e accrediti: «Tutte le disponibilità finanziarie sono regolarmente ed integralmente tassate».
Il nome di Aleotti si aggiunge a quello della famiglia Mian, pisani, anch’essi farmaceutici fino agli anni ’90 alla guida della Gentili, azienda che ha chiuso i battenti della sede toscana ma che, a quanto pare, ha dato buoni frutti agli ex titolari possessori - almeno nel Liechtenstein - di circa 40 milioni di euro. Sotto la lente dell’Agenzia delle Entrate si allarga anche la lista dei politici che, ai nomi di Luca Volontè, capogruppo uscente dell’Udc, di Rocco Buttiglione, Luigi Grillo e Vito Bonsignore (5,5 milioni di euro), ha aggiunto quelli del senatore Mario D’Urso, di cui figurerebbe un deposito di «soli» 250mila euro, e di Enrico Giuliano, segretario del partito Italiani nel mondo, con cinque milioni e mezzo di euro.
«Mai avuto conti in Liechtenstein», giurano in tanti, come il presidente di Italcementi Giampiero Pesenti, Antonia Zanussi, a nome di tutti gli eredi di Lino Zanussi, il presidente dell’Hellas Verona calcio Pietro Arvedi D’Emilei. Ma intanto i moralizzatori di professione sono già all’opera, come Di Pietro che invita «chi ha frodato il fisco a ritirare la propria candidatura» o come il leghista Borghezio che ironizza su Milva, «icona della sinistra che canta alle feste dell’Unità con i miliardi ben custoditi nelle casseforti del capitalismo».