Il lunedì dei "single" e il sabato delle famiglie

Tutti tra gli scaffali, muniti di carrello e cartà fedeltà, a esibire gusti, vizi, vezzi e abitudini

Io, per esempio, sono un lunedista. Nel senso che la spesa, «la spesa grossa », come si diceva una volta, vado a farla il lunedì, giorno santificato alla «corta», leggi: giorno di riposo (riposo da che cosa, poi?). Se devo fare rifornimento di acqua minerale per mia madre, prendo la macchina, altrimenti vado a piedi.

I lunedisti sono pochi. Anche perché a precederli, con buona pace del peloso giannimorandismo che aborre, a scoppio ritardato, il lavoro domenicale dei dipendenti, dei sudditi, sono stati preceduti dai domenichisti (chiamarli domenicali mi parrebbe fuorviante, sa di pentecostali, di protestantesimo un tantino oscurantista - però è vero che là ci vanno o prima o dopo la messa, non si scappa). Qualche parrucchiere in libera uscita, due o tre matrone di periferia con ormai inutili tacchi a spillo, una manciata di ottantenni palesemente vedovi, golosi di yogurt ai frutti di bosco e stinco al forno...

Mi metto sempre in fila dalla Valchiria (dimentico ogni volta di leggere il nome sul tesserino, sarà sicuramente «Barbara», o «Giovanna », o «Paola», roba semplice, che va diritta al sodo), energica, simpatica, ex-carina madre probabilmente divorziata, la cassiera più veloce non del West ma dell’East, cioè di Milano Est, Sud-Est, a essere precisi. Festina lente, dicevano gli antichi, e dunque mi affretto lentamente al rito avito che risale alla memoria di mio padre, convinto lunedista come me, e anch’egli ammiratore della Valchiria. Scarico il cestello: bresaola, vino, lamette da barba, un pezzo di formaggio a caso, un bastone francese, qualche birra di supporto, una volta al mese l’ammoniaca per il lavaggio del pavimento, se sono di buonumore lo sfizio una tantum del latte di mandorla... Frammenti di singletudine, «piccole cose, sonetti», diceva uno sfigato prof in Bianca di Nanni Moretti.

A proposito di single, a contrario dovremmo parlare delle famiglie, e dunque spostarci dal mio lunedì al loro sabato. Sabato pomeriggio, uggioso fuori, di perenne autunnalità umorale anche se estivo, eppure primaverile dentro, nel corridoio dei surgelati, «mamma, facciamo la pizza stasera?», «amo’ hai preso le patatine?», «Debbbora, come lo vuoi il gelato, tutto pistacchio o stracciatella e cremaaa?». Sono i «carrellati », i normali, la base di questa nostra traballante società. Hanno infilato l’euro nell’apposita fessura per esercitare, con malcelato orgoglio borghese o sottoproletario il potere di acquisto, per riempire «il paniere», come dicevano i telegiornali di cinquant’anni fa, quando la esse del mitico, forse mitologico dottor Caprotti era già lunga, certo, ma molto meno di oggi. «E sembra una sabato qualunque,/ un sabato italiano», per quanto il peggio non sembri essere passato...

Quel che importa è che tutti, io come loro, lunedisti come sabatisti, possiamo esibire, alla Valchiria o a chi per lei, la Fidaty, odierna tessera del pane a-fascista, carta annonaria individuale e collettiva, lo scudo che ci ripara dal sempre nemico Mercato esposto alle bizze dei signori dell’Economia, dei ministri, dei sovrani dell’Ue, degli algebrici logaritmanti rinchiusi nelle stanze dei bottoni che non escono nemmeno per fare la spesa, tanto c’è qualcuno che la fa per loro. Regina delle promozioni, signora del tre per due o del due per uno, aritmetica e geometrica tutrice del popolo ancora illuso, nonostante tutto, di essere sovrano, di contare, fra monetine di rame e bancomat, carte di credito e punti da scalare («di lenzuola ho pieno un armadio e non so più che farmene»), la carta canta, come al Festival di Sanremo, sempre la stessa canzone. E ci regala un aiuto ai terremotati per mettere a tacere la coscienza inquieta, a fronte di una manciata di spaghetti, a futura memoria.

Infine, soddisfatti e rimborsati dal nostro onore e onere di bravi cittadini, rimettiamo cestelli e carrelli al loro posto, certi di ritrovarli lì dove li abbiamo messi lunedì prossimo o sabato prossimo, e usciamo. Nell’Italia che lavora o finge di farlo.