Ligabue e Nannini incoronati rocker dell’estate

Ieri la finale a Verona: lui vincitore assoluto, lei premiata come miglior cd

Paolo Giordano

nostro inviato a Verona

Lui entra, fa le prove nel silenzio vuoto dell’Arena e poi fila dritto in camerino, quello là in fondo con i gradini lucidi davanti. Lei, la rediviva, aspetta in albergo e schiamazza al cellulare con la voce più chioccia del solito. Poi, quando sul palco parte la finale, si portano via il Festivalbar numero 43 e firmano l’albo d’oro: Ligabue è il vincitore assoluto, Gianna Nannini ha inciso il miglior cd, che ha un titolo profetico, Grazie. In effetti, dice lei, «è stato il mio anno magico, avevo cambiato squadra di produttori e mai come questa volta sono ritornata così tante volte al numero uno della classifica». Fossero usciti a braccetto dall’Arena di Verona, ecco quella sarebbe stata la foto musicale del 2006, l’uno rockettaro, l’altra anche, tutti e due ruvidi e vissuti come si deve per far canzoni che rimangono nelle parole della gente. E così, spiega Ligabue, «Questo è un premio di quelli che a me piacciono. Non a caso, è dal ’90 che ci vengo». Quando arrivò qui, a settembre, era un pischello allo sbaraglio, trent’anni di normalità vissuti a Correggio e un singolo che aveva l’uzzo provinciale di chi non vede l’ora di uscirne, da là: Balliamo sul mondo. Dopo ha fatto “un fandango” e oggi è Ligabue, quello che qui nei camerini, abbronzatissimo dopo due settimane in Sardegna, si allarga la camicia a fiori e dice d’un fiato che «mi piace sempre fare quella roba lì, mi piace fare concerti in tutte le salse possibili. Durante la tournée negli stadi di questa estate mi sono ritrovato addosso la più grande armonia degli ultimi sedici anni». Perciò, proprio perché di quella roba lì non può farne a meno, il 3 ottobre ritorna a suonare proprio partendo da Verona: lungo tour, piccoli locali, tutti teatri (e poi a Natale esce un dvd riassuntivo). «Sarà – dice con un sorriso largo così – tutto assolutamente acustico e in scaletta ci piazzo anche canzoni che non faccio da un pezzo, come Sono qui per l’amore, Camera con vista sul deserto e Sogni rock’n’roll. Per dirla tutta, vorrei addirittura togliere la sezione ritmica nella prima parte del concerto e cantare lì fermo davanti alla gente. Certo stare seduto su di una seggiola sul palco per me è difficile. Ma mi costringo, costringo a farlo anche il mio pubblico e poi vediamo che cosa ne viene fuori».
Saranno ventiquattro concerti (all’Arcimboldi di Milano il 17 novembre, al Gran Teatro di Roma il 24) e altre settanta ore di rock sudato e qualche volta pensieroso, suonato con la sua Banda a ranghi ridotti (un solo chitarrista, Mel Previte) e con Mauro Pagani che «dalla sua bottega stavolta tirerà fuori anche un sax che non ha mai suonato». Tutti seduti, allora, su e giù dal palco. Volendo, sarà l’altra faccia del Ligabue che ieri sera ha fatto saltare in piedi i quattordicimila dell’Arena (compreso Totti, che ha fatto una sorpresa a Ilary sotto il palco) con l’ormai alluvionale Happy hour (strimpellata anche da uno spot di telefonini) e quella Le donne lo sanno che è una stilettata ai luoghi comuni da Bar Mario, il trionfo del bon vivant che a un certo punto fa i conti con la realtà e ci trova belle palate di disillusione. Sarà, nei teatri, il Liga pensieroso e sorridente che pensa da mediano fuoriclasse e qui, arrotolandosi al polso un piccolo braccialetto di borchie, parla più di Giacinto Facchetti che del Festivalbar diventato di nuovo suo. «Magari il suo esempio riuscisse a contagiare l’ambiente del calcio. Credo che lui abbia sofferto lo scandalo di questi mesi e lo scudetto gli abbia risarcito un po’ del dolore. Quando parlo da tifoso anch’io dico tante stupidaggini, ma stavolta ho sentito una tizia al telegiornale che diceva la cosa giusta: “Per un giorno tutti possiamo permetterci di essere interisti”». Lui lo è stato da sempre ma a modo suo, vittorioso senza bisogno di giudici, una locomotiva sui binari del luogo comune che con i suoi testi diventa spettacolare, dirompente, quasi pedagogico come quei bambini che sanno fare ooohh anche a quarantasei anni vissuti così e così tanto».