Ligabue: «Nel mio album più rock e meno rabbia»

Alla vigilia del concerto di Campovolo l’artista parla delle canzoni di Nome e cognome: «Prima urlavo, ora canto»

Cesare G. Romana

da Correggio

Si beve gagliardo e si mangia emiliano, alla mensa del Liga. Ovvio: i suoi dischi, Luciano, ama battezzarli a Sangiovese e tortelli, com’è nell’estro della sua gente soda, passionale e comunicativa. E com’è, del resto, il nuovo album, Nome e cognome, duecentomila prenotazioni, evento clou di questo avaro 2005, uscita il 16 e, già nel titolo, un autoritratto e un’autobiografia, ma dell’animo. Cioè: un ragionare sul chi e come siamo, a zig zag tra le speranze e gli sgomenti, gli incontri e le defezioni, gli ordinari pro e contro del vivere.
Ecco: un disco sulla vita, ha voluto scrivere Ligabue. E colmo infatti di vita, come s’addice al rock: per l’asciutta, ancorché meditata urgenza dei testi, per la palpitante policromia dell’insieme. Ché Nome e cognome è un affresco dipinto con colori vivaci - del resto con quel cognome, Ligabue... - e luminosi: per niente, qui a Correggio, è nato il pittore omonimo, con la sua tavolozza nutrita di luce.
Terrà banco, l’album, al concerto del 10 al Campovolo di Reggio, fatto visitare ai cronisti, prima di cena, quasi fosse il tempio di Abu Simbel o il museo del Louvre. Qui, in questa spianata immensa, si preannunciano duecentomila persone, e già la incorniciano i quattro palchi sui quali il Liga s’alternerà: in versione acustica, con Mauro Pagani, e in versione rock, la più incombente in quest’album, dove le chitarre urgono impazienti, ma la melodia stende la sua liquida bava, la conclusiva Sono qui per l’amore dipana nuances impressioniste e spesso la voce si fa velluto, calda e baritonale. «Perché finora - dice il Liga - puntavo soprattutto a trasmettere emozioni, così urlavo. Ora ho cercato anche di cantare».
Nome e cognome, come da titolo, è un album «strettamente personale, sai com’è, non ho mai avuto il pudore dei miei sentimenti, figuriamoci ora che esco da un periodo di emozioni grandi»: in tre anni la perdita del padre, d’un amico chitarrista e d’un cugino-fratello, evocato in Lettera a G.. Poi un matrimonio finito, un nuovo amore e la recente paternità. Ché la vita continua, e l’album spiega come: «Parlo del legame concluso e di come al dolore debba subentrare un’intesa riconoscente, si tratta di scegliere tra la frustrazione e la pacificazione. E delle donne, che sono tanto migliori di noi: e pensare che mi hanno accusato di misoginia. E poi, in Happy hour, del mio ruolo di rockstar: ti regala molto, ma molto ti toglie. In occidente il Nirvana è il successo, ma io dico: attenti, non è vero che renda felici. Anzi, che fatica superare i miei sensi di colpa da catto-comunista, per i privilegi che il successo ti porta. E che disagio, quando i giovani vengono a chiederti consiglio: credono che uno, solo perché è un cantante, abbia ricette universali. Invece dico: non c’è un manuale d’istruzioni per vivere, ognuno se lo scriva da solo. Insomma, “vivete a orecchio/ senza un soggetto che qualcuno ha già scritto”, e se stonerete pazienza».
E poi l’amore: «È la zona in cui uno si centra, ti aiuta a convivere meglio col resto del mondo e rende più rotonda la tua unicità. Infatti canto: “Sei dovunque e sei comunque/ sei la malattia e la cura/ è più forte di me questo gioco d’amore/ questa gabbia di nervi e gusto e buon odore”. Se riesci a trovarla, s’intende».
Dunque, un disco senza dogmi e senza certezze, «insomma senza gabbie - sottolinea Ligabue - a parte la voglia, inconsueta, d’usare il suono del rock per dire cose intime, fuor d’ogni epopea. E d’ogni gigantismo: sono bastati, per raccontarmi, una chitarra, un basso, una batteria, quasi niente tastiere, uno studio a un passo da casa e, a suonare, tutti amici della mia zona».