Ligabue: "Sogno un duetto con Bob Dylan"

aperta alla grande la serie di sette concerti a Milano. Sin dalle prime note tutti cantano: "Sogni di rock 'n roll"

Milano - Sbuca dal buio, a sorpresa, in mezzo al pubblico; dopo il primo accordo di chitarra 12mila voci stanno già cantando in coro con lui Sogni di r’n’r...Signori ecco Ligabue, ieri sera, nel primo dei sette concerti al Datchforum di Milano. Un trionfo annunciato per il nostro rocker più americano. È un complimento, beninteso, perché la sua miscela di blues, rock e melodia ha un inconfondibile profumo padano ma al tempo stesso un retrogusto targato Usa. Quando picchia durissimo in o taglia il country rock con inasprimenti drammatici (Certe notti) lo vedremmo bene su di un palco d’Oltreoceano. «Ho cominciato a 30 anni, troppo tardi per pensare all’America - ci racconta il Liga - anche ieri sera un manager della Cbs mi ha fatto una proposta, ma io penso che sia troppo difficile tradurre i miei testi, non vorrei stravolgerne il senso. Da noi all’estero si aspettano i Bocelli, i Ramazzotti e io non sono certo uno di quelli».

Ma un piccolo sogno americano ce l’avra anche lui? «Mica tanto piccolo, mi piacerebbe duettare con Bob Dylan. Lui scrive grandi testi ma è molto attento alla musicalità, anzi, la rivendica; anche per lui la scelta delle parole dipende da una melodia. Le parole devono “suonare” quindi a volte bisogna rinunciare all’immagine migliore per far coesistere testo e musica. Non dimentichiamo che la canzone è una riduzione del melodramma». E il suo è un melò a tutto rock dove i fragorosi ritmi di Bambolina e barracuda, Si viene e si va, Bar Mario che progressivamente soggiogano il pubblico festante. Liga - pifferaio di Hamelin li porta dove vuole lui ma con estrema saggezza.

«Guai a prendersi troppo sul serio, in fondo queste sono solo canzoni. Io mi assumo la responsabilità di ciò che canto, spero di comunicare speranza, sentimenti, anche divertimento, ma le canzoni non sono una panacea, ognuno deve costruirsi da solo la sua vita».

E via con il ritmo, con sontuose ballate filocountry (Ho messo via), brani melanconici che piazzati strategicamente stemperano la tensione (Piccola stella senza cielo) e uno splendido omaggio acustico a Pierangelo Bertoli (l’ecologista Eppure soffia), la cruda poesia di Ho perso le parole mentre su un video scorrono frasi significative come «Credo nelle rovesciate di Bonimba e nei riff di Keith Richards» o «Prima di credere in qualcos’altro bisogna fare i conti con quello che c’è qua. E allora mi sa che crederò prima o poi in qualche Dio». Insomma la sua visione della religione già espressa in Hai un momento Dio (non eseguita ieri ma ben presente nel suo cd-dvd antologico Primo). «Sono stato cattolico, ora sento il bisogno di spiritualità - dice oggi comodamente seduto nella hall di un hotel milanese -; credo in un essere superiore e in qualcosa che regga l’universo. Credo nel cielo, che nei miei brani è un riferimento costante. Non mi baso sulle rappresentazioni della Chiesa, il Cristo sulla croce è simbolo di troppo dolore, non riesco a identificarmici. Per credere in certi momenti ci vuole molta energia». Ma l’energia al Liga non manca; quella per urlare Gli ostacoli del cuore, Le donne lo sanno, Figlio d’un cane, Balliamo sul mondo, quella per correre in lungo e in largo sul palco estensibile («sono in ottima forma»), quella per essere l’uomo dei record (dopo il megaconcerto al Campovolo i 7 show di Roma e questi sette milanesi ad una media di 12mila spettatori l’uno). Ma come si sente uno così quando sale sul palco? «Dico la verità, a volte sono esaltato. Ma in genere mi capita una cosa che ho rinunciato a spiegarmi. Sul palco mi sento a casa, c’è uno scambio emotivo brutale con il pubblico ed è l’unica cosa che mi appaga». Quindi si continua on the road? «Per me si, ho già chiesto di riprendere il tour nel 2008, non c’è ancora nulla di definitivo ma si farà, come il capitolo secondo dell’antologia». Ormai il trono del rock da noi è una storia tra lui e Vasco. «Ma lui ha 15 anni di carriera in più; non è una sfida, usiamo entrambi il linguaggio rock, lui è più metal, io più vicino al blues e al rock and roll».