La Liguria che produce senza fare ricorso all’economia assistita

(...) che hanno chiamato in redazione per dirci che sì, che un’altra economia è possibile, che non esiste solo Fincantieri con le sue manifestazioni celebrate e riverite da istituzioni, opposizioni e presidenti della Repubblica. Per dirci che loro sono con gli artigiani. Che lottano, soffrono, lavorano e producono. Senza orari e spesso senza garanzie. Ma anche senza lamentele.
La politica inizia ad interessarsene solo ora, grazie alla bella iniziativa di Confartigianato Liguria, che trasforma i consiglieri e gli assessori regionali in artigiani per un giorno: alcuni ve li abbiamo presentati nelle scorse settimane, altri potete vederli oggi in queste pagine. Ma è un particolare di colore, perché la ciccia sta nella vita, nel lavoro e nella passione dei nostri artigiani, nelle loro storie.
Una ventina di queste storie, per la precisione quelle del comparto agricolo dell’artigianato, si sono ritrovate a Montecarlo per vendere la propria eccellenza e l’amore per il proprio lavoro e per la propria azienda agli operatori monegaschi. Da favola lo scenario, quello delle strutture della SBM, la Sociètè des bains de mer, il colosso del Principato per il turismo di lusso, scelto dagli organizzatori di Confartigianato Liguria - segnatamente il presidente Giancarlo Grasso e il direttore Luca Costi - che hanno organizzato i faccia a faccia fra operatori con il contributo dell’assessorato allo Sviluppo economico della Regione Liguria e con il tramite di Liguria International, la società della finanziaria regionale Filse che si occupa di vendere all’estero i prodotti delle nostre imprese.
Ma da favola sono anche le produzioni agricole degli artigiani liguri. Prodotti di nicchia e di eccellenza, ma soprattutto prodotti che racchiudono bellissime storie professionali ed umane. E allora proviamo a raccontarvele queste diciotto storie di eccellenza e di amore per il proprio lavoro, di fatica e di impegno, di notti insonni e di conti da far tornare, di piccoli-grandi miracoli economici e di sfondamenti all’estero. Credetemi, questo non vuole essere un articolo enogastronomico o una guida al consumo. Ma, molto più semplicemente, il racconto di un’altra Italia che è possibile e di tante piccole storie che fanno un grande Paese. Nonostante tutto. Quindi, provate a seguirmi: se non vi viene l’acquolina in bocca e se non leggete all’ora di pranzo, sarà una mappa in un mondo più bello e più dolce. Non solo perché la «Ditta Besio di Torello Paola e Riccardo snc», ad esempio, è una piccola impresa artigiana savonese che produce amaretti fatti a mano uno ad uno e capricci, cioccolatini con all’interno meringa e crema al rum. Assaggiandoli, anche i monegaschi più seriosi perdono il loro aplomb principesco. Provare per credere.
Dal dolce al caffè c’è un banchetto e un filo dolce: la «Torrefazione Ronchese di Percivale Marco» di Ronco Scrivia, nonostante sia un’impresa familiare, esporta già in mezzo mondo da Londra al Belgio, da Parigi a Saint Tropez, fino al Canada (e, chissà, dalla scorsa settimana, forse anche al Principato di Monaco). E si capisce perché: Percivale tratta ogni chicco di caffè come fosse un figlio e la torrefazione nel forno a legna è una peculiarità probabilmente unica in Italia. Insomma, la crema di caffè che nasce a Ronco, grazie a quel logo «tostato a legna» che sale come un filo di fumo dalla tazzina, è un piccolo-grande miracolo italiano, genovese e ronchese. Certo, poi è più facile parlare di chi fa casino per strada, ma la vera economia italiana è questa.
Andiamo avanti: si passa per i prodotti valbormidesi di Altare, «Le bontà del belvedere di Cavallaro Arianna» (e ci scusiamo se le intestazioni ufficiali delle ditte hanno sempre il cognome prima del nome), straordinaria anche nell’approfittare del meeting monegasco non solo da venditrice, ma anche da acquirente di prodotti tipici, come deve fare una vera imprenditrice, e per «Sartori Food» che è scritto in inglese, ma che è di Ceriale, in provincia di Savona, e che produce pesto genovese artigianale e peperoncini ripieni. Ancora, si va da «Il giardino delle dalie di Viviane Crosa», azienda polceverasca che vende tutto ciò che è petali di rosa, dallo sciroppo, alle confetture, alla gelatina di rose (i maggiori clienti sono i giocatori di calcio, a tutti i livelli), a «Il Genovese» che - tradotto dal linguaggio delle ragioni sociali a quello del gusto - è il pesto di Rossi e di Roberto Panizza, quanto di più simile a quello preparato dalla nonna.
Due banchetti più in là c’è la «Lupi di M. e F. società agricola snc» di Pieve di Teco che, sulle colline sopra Imperia, produce uno dei vini più preziosi della regione. Prezioso anche per l’idea, prima in Italia, dei tappi non in sughero, ma di una plastica ipertecnologica che è tutto fuorché la vecchia plastica.
Eppure, dalla ricerca scientifica dei vini Lupi alle piante del giardino di famiglia dell’«Azienda agricola Riccardo Fernandez» di Finale Ligure, nel savonese, non c’è tutta questa differenza. Anzi, il filo unificante è l’eccellenza alimentare ligure. Dal giardino dei fratelli Fernandez escono marmellate con i frutti che si sciolgono in bocca: dal chinotto al limone con le bucce, dalla sambuca alla cipolla e al peperoncino. Che, detto così, terrorizza anche me. Ma, dopo averlo provato, ha molto più di un perché. Siamo nei dintorni della moda d’alta sartoria applicata alla marmellata.
Con Costi e Grasso nei panni di due Virgilio dell’eccellenza agroalimentare ligure, si passa a «Musante Vicchi Enrica e Liotta Francesco snc» che, tradotto dal linguaggio burocratico delle registrazioni alla Camera di Commercio a quello del cioccolato, significa Buffa, la cioccolateria del centro di Genova e dello stabilimento di Sestri Ponente che proprio il prossimo anno festeggerà gli 80 anni e ha come gioiello di famiglia la pressata, una sorta di torrone (ma chiamarlo torrone lo sminuisce) che mette insieme quattordici gusti diversi, dai fichi alle arance, il tutto miscelato con il cioccolato. La ricetta è un po’ come quella della Coca Cola. Puoi conoscere anche tutti i quattordici ingredienti, ma il problema è miscelarli al punto giusto. Roba da segreti industriali, senza possibilità di spionaggio, peraltro.
E poi, straordinari, i tre fratelli della «Sommariva Srl» di Albenga, che possono contare su una mamma eccezionale (è anche lettrice del Giornale e quindi lo è per definizione) e con l’agricoltura biologica sono diventati una potenza: diciotto dipendenti e una scelta di loghi, di packaging (anche se, magari, loro lo dicono in dialetto) e di qualità assoluti. Si parla di pesto, sughi, salse e, in generale, di «bio-specialità gastronomiche della tradizione ligure».
Storia simile a quella dell’«Azienda agricola Armato Cristina» di Lucinasco (Imperia), che poi sono due fratelli che con i loro genitori fanno olio, seguendo le orme dei loro antenati da cinque generazioni. Per loro parla la foto del catalogo dei prodotti: i loro nonni arrampicati su un albero a raccogliere olive. E l’olio è il core business, insieme ai suoi derivati, anche di «Lucchi e Guastalli», spezzini di Santo Stefano Magra, di «Antico Frantoio Srl» di Isolabona, sempre nell’imperiese, che ha costruito la propria azienda e il proprio ristorante su un vecchio mulino, e dell’«Azienda Agricola A Ca da Maie» di Albenga, che ha anche uno speciale dado vegetale di trito di aromi.
Il resto è roba per golosi: la «Pasticceria Setti di Setti Andrea e Asdente Viviana», di Taggia, specializzata in tutti i tipi di torte da cerimonia, e la «Pasticceria Renzo e Lucia» di Loano che ha come best seller gastronomico i «baci di Loano»: nocciole, cioccolato fondente e miele locale. Magari da accompagnare con i vini tipici dell’azienda agricola «Torre Pernice» di Albenga, che produce pigato, vermentino, rossese e grappa di Pigato, e la «Società semplice Agricola Mammoliti», due ragazzi innamorati del proprio territorio, del proprio paese, Ceriana, del mondo classico e della filosofia, tanto che i loro vini si chiamano Epicuro (il vermentino), Arcade (il rosato), Democrito (un mix di rossese e ciliegiolo), Spartaco (rossese) e Lucraetio (il moscatello di Taggia).
Nomi che sono l’ultimo esempio di cultura del territorio, del lavoro e della capacità di produrre. In una parola: l’artigianato. In una frase: il nostro passato che può e deve essere il nostro futuro.
(2-fine)