La Liguria vale l’Italia

(...) ha anche un’altra posta in gioco, squisitamente nazionale.
Partiamo da un precedente: nel 2000 il premier era Massimo D’Alema e - insieme ai suoi sondaggisti di fiducia della Swg, la stessa di Claudio Burlando - era convintissimo, anche a urne chiuse, di conquistare la Liguria. Nel gioco delle bandierine, su Genova sbandierava un vessillo rosso carminio.
Poi, però, si contarono i voti e le urne dimostrarono che i sondaggi avevano clamorosamente sbagliato. Risultato: anche e soprattutto per colpa (o per merito, a seconda dei punti di vista) della Liguria, D’Alema - che aveva partecipato direttamente e in prima persona alla campagna elettorale - fece le valigie e lasciò Palazzo Chigi, per non ritornarci mai più.
Stavolta, la partita è diversa, ma terribilmente simile. Certamente il centrosinistra non riuscirà nel cappotto del 2005, quando - anche a causa del subgoverno Follini - si aggiudicò la stragrande maggioranza delle Regioni, con l’unica eccezione di Lombardia e Veneto, strappandone moltissime al centrodestra, Liguria compresa.
Quindi, se si contano le regioni guadagnate, certamente la coalizione fra Pdl e Lega farà un progresso. Ma, proprio perchè l’asticella si alza, ora è decisivo vincere almeno una regione in più dell’altra coalizione, finire almeno 7 a 6. E le regioni in ballo per essere la settima, quella che fa la differenza, sono sostanzialmente due: la Puglia e la Liguria.
La Puglia, però, ora è più difficile. La candidatura di Nichi Vendola è obiettivamente molto forte e i balletti fra Pdl e Udc sui candidati lo favoriscono ulteriormente.
Ecco che, a questo punto, la Liguria diventa decisiva. E l’assalto di Sandro Biasotti a De Ferrari è la partita della vita per regalare la vittoria nazionale al centrodestra.
L’altra volta aveva mandato a casa D’Alema. Stavolta, può rafforzare Berlusconi. E le chiamano soltanto regionali.