Come a Lillehammer quattro moschettieri zittiscono il mondo

Staffetta d’oro. E Zorzi sul traguardo invita il pubblico a far silenzio per ricordare i norvegesi ammutoliti quando l’Italia li beffò in casa nel ’94

Il punto del pareggio è stato un gol da fuoriclasse, l’Italia si riprende il titolo olimpico del fondo battendo nettamente Germania e Svezia, la Norvegia arriva quinta, un minuto e dieci dopo. Massacrata.
Alle 11 e 43 del 19 febbraio, Bubo Valbusa, Giorgio Di Centa, Pietro Piller Cottrer e Christian Zorzi entrano nella storia dello sport italiano dominando la gara olimpica di staffetta, un oro esaltante ed emozionante fino all’ultimo metro, perché l’arrivo solitario era un’ipotesi talmente incredibile che solo quando Zorro ha tagliato il traguardo fra le braccia dei compagni ci si è resi conto che era tutto vero e che la festa da stadio, con invasione di campo e controlli impazziti, poteva cominciare. Il lungo abbraccio è durato due ore e mezza. Solo alle due infatti, al caldo della sala conferenze, Giorgio, Bubo e Pietro, Zorro no perché era all’antidoping, si sono guardati attorno un po’ spaesati. Non c’erano più braccia in cui rannicchiarsi, bandiere in cui avvolgersi, c’era solo quella calma incredibile che segna la fine della battaglia, e allora, forse, si sono finalmente resi conto dell’impresa compiuta.
Hanno potuto così rivivere la giornata memorabile, quella prima frazione che Valbusa chiude al quinto posto, solido e sicuro nel gruppone di testa, poi la seconda frazione, quella di Di Centa che dà il cambio a Piller Cottrer in settima posizione, a 1 e 7 dai cechi che non fanno paura, ma gli altri sì e sono ancora tutti lì. Pietro parte col suo inconfondibile cappellino giallo perché alla fine ha ignorato l’ordine del Coni di usare solo quello bianco, «lo metterò sul podio» aveva detto alla vigilia. Ma per salirci, sul podio, bisogna darsi una mossa, perché a metà della sua frazione il gruppo è ancora compatto. «Ero deluso per l’andatura da passeggio dei primi 5 km, così a un certo punto ho guardato gli avversari, ho visto che Estil, il norvegese, aveva sci sbagliati e faticava e via, sono partito». Uno, due strappi, l’andatura sciolta come se la passeggiata continuasse, gli altri che invece arrancano pesanti. L’unico a stargli sulle code è lo svedese Soedergren, ma è lontano oltre cinque secondi. La tensione è massima. Per l’Italia ora c’è in pista Christian Zorzi, lo sprinter. Che farà, ci si chiede, aspetterà Mathias Fredriksson, ultimo frazionista svedese, per fare gara sull’uomo come piace a lui? «Aspettando i compagni avevamo preso accordi per andare assieme, ma quando Pietro ha attaccato mi sono agitato, ho chiesto consiglio a Giorgio Vanzetta (uno dei quattro d’oro di Lillehammer) e lui mi ha detto: «Tu vai, fallo penare». E Zorro va, vola. Incrementa il distacco metro dopo metro, va, vola fino alla gloria perenne.