L'illiberale Saviano si scopre liberale

Lo scrittore rivendica la sua filosofia politica Strano, per uno che condanna il libero mercato. Considera non democratico contrapporre le opinioni. E invita solo una parte politica...

Roberto Saviano, come tutti gli intellettuali, parla e scrive molto. Essendo il suo mestiere.

Parla in televisione a Vieni via con me, firma articoli su Repubblica, è intervistato dai giornali italiani e stranieri. A volte incredibilmente lamentando una certa mancanza di libertà di espressione nel Paese.
Due giorni fa il prestigioso Financial Times ha pubblicato un lungo ritratto-intervista a firma di John Lloyd, che ha incontrato l’autore di Gomorra in una località segreta. Ne è uscita un’intera pagina - tradotta ieri dall’inserto culturale della domenica del Sole24Ore - in cui Saviano parla della sua vita blindata, della scrittura, dei monologhi in tv, del pensiero che a volte lo prende di andare via e lasciare l’Italia per un posto più sicuro, dove la «macchina del fango» non possa travolgerlo. Lo scrittore si lascia andare a ricordi personali e considerazioni politiche. Tra queste, ce ne sono un paio non nuove, e una sorprendente.

Saviano riconosce di essere diventato un simbolo della sinistra italiana, pur non essendo ideologicamente il classico uomo di sinistra (e questa è una cosa già nota); poi rivendica fra le sue influenze intellettuali, oltre all’anarchico Enrico Malatesta (in realtà Errico, ma sarà una trascrizione sbagliata del giornalista inglese) anche alcuni grandi pensatori di Destra tacciati di filo-nazismo come Carl Schmitt e Ernst Jünger e filofascisti come Ezra Pound e Julius Evola (e anche questo è noto: del resto si dice - ovviamente se queste notizie venissero confermate, ma noi non ci crediamo, figurati se è vero - che da giovane Saviano abbia militato nel Fronte della Gioventù di Napoli). E infine si definisce «un liberale», aggiungendo: «anche se la corrente di pensiero liberale è debole ed esigua; è stata schiacciata dalle due grandi forze, democristiana e comunista». E questa è una cosa nuova e strana.

Nuova perché Saviano non aveva mai parlato «da liberale». E strana perché Saviano può dirsi tutto: di sinistra, di destra, laico, finiano, progressista, democratico, quello che vuole. Ma non liberale.
A parte il fatto che ormai, da dieci anni a questa parte, in Italia sono tutti liberali, impossibile trovare qualcuno che oggi non si professi liberale, è anzi vergognoso eventualmente negare di essere liberali, se non sei liberale sei impresentabile, insomma tutti i veri intellettuali, in quanto intellettuali, sono liberali, altro che «corrente debole ed esigua»... A parte tutto questo, leggendo e ascoltando ciò che Saviano ha sempre scritto, detto e ripetuto (in Gomorra, negli scritti giornalistici raccolti in La bellezza e l’inferno, nei suoi monologhi televisivi) ci è sembrato che se c’è una cosa che lo scrittore demonizza è il libero mercato. Che del liberalismo - ci hanno insegnato - è una componente essenziale. Se sei contro il libero mercato, difficilmente puoi dirti liberale.

Saviano ha scritto mille volte che «la camorra è la compiuta realizzazione del libero mercato». Tra un boss e un imprenditore non c’è differenza, o meglio la differenza sta solo nella mitraglietta del primo. «Per il resto fanno all’incirca lo stesso mestiere». Non sono gli affari che i camorristi inseguono, scrive Saviano; sono gli affari che inseguono i camorristi. «La logica dell’imprenditoria criminale, il pensiero dei boss coincide col più spinto neo-liberismo». E ancora. L’omicidio? «Il mercato non permette concessioni a plusvalori umani». Lo spaccio? «Informale e iperliberista». Le griffe contraffatte? «Tutte le merci hanno origine oscura. È la legge del capitalismo». Da notare: Saviano scrive legge, non degenerazione. Insomma, una visione del capitalismo e del libero mercato che definire negativa è poco. Come può un intellettuale che ha denunciato il profitto, il business e il capitale (cioè i cardini della società occidentale liberale) come la base della morale camorristica, come può oggi quella stessa persona - che rifiuta la concorrenza e criminalizza il mercato - dirsi liberale?

E se tutto ciò non bastasse, come può dirsi liberale chi nega il contraddittorio, chi ritiene - come ha sostenuto Saviano qualche giorno fa a proposito della presenza del ministro Maroni e delle associazioni pro-life nella sua trasmissione - che «non è democratico» contrapporre opinioni diverse?
Stasera all’ultima puntata di Vieni via con me ci saranno Dario Fo, Milena Gabanelli, il procuratore antimafia Piero Grasso, don Luigi Ciotti... E prima ci sono stati Roberto Benigni, Paolo Rossi, Corrado Guzzanti, e anche Pierluigi Bersani, il «nuovo» Gianfranco Fini, tutta l’intellighenzia letteraria, musicale e televisiva disponibile sul mercato oggi in Italia. Una perfetta (e non a caso di successo) trasmissione culturale. Ma di sinistra. Non certo liberale.